Alzheimer: l’impegno nella ricerca

Alzheimer: una patologia sempre più diffusa, quasi un’epidemia, ma ancora una delle malattie meno conosciute. «Non si sa ancora bene da cosa sia determinata e la diagnosi arriva quasi sempre sei-otto mesi dopo la comparsa dei sintomi. La ricerca si concentra nel tentativo di individuare dei “biomarker” che consentano di diagnosticarla all’inizio.

Proprio per questo in un congresso ci siamo impegnati e siamo riusciti a coinvolgere i due più grandi centri di ricerca in Italia, l’istituto Mario Negri di Milano, di Silvio Garattini, e la fondazione Rita Levi Montalcini», spiega Giovanni Asteggiano, direttore del servizio di neurologia dell’Asl Cn2.

Dottor Asteggiano, che cos’è l’Alzheimer?

«È una patologia degenerativa del sistema nervoso centrale: in Italia gli ammalati sono oltre 600 mila e 35 milioni nel mondo. Le cause non sono note, ma conosciamo il meccanismo di degenerazione cellulare che dà origine al progressivo decadimento delle capacità cognitive».

Ovvero?

«Nell’Alzheimer la morte dei neuroni è causata dalle placche di una proteina che si fissa sulla parete esterna delle cellule nervose, la “beta amiloide”, e dalla deposizione nei neuroni della proteina “tau”: i ricercatori, che da anni lavorano per trovare il “biomarker” che indichi, tramite un esame, la presenza della malattia, ipotizzano che la causa dell’Alzheimer possa essere un difetto nella catena di eventi chimici che consente l’eliminazione delle proteine anomale. Il processo coinvolto è quello della “sumoilazione”, la creazione, a opera di enzimi specifici, di un legame fra le proteine “sumo” e altre proteine, la cui funzione è quella di modificare le proprietà biologiche delle proteine che si formano da questo legame».

Come contribuisce la Neurologia dell’Asl Cn2 a questa ricerca?

«Il nostro servizio collabora alla ricerca in questo campo in quanto ha maturato una consolidata esperienza nello studio dell’Alzheimer e sull’invecchiamento patologico del cervello. Inoltre, dal 1992, collaboriamo con il Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Torino. Selezioneremo i pazienti sulla base dei vari stadi di progressione della malattia e preleveremo campioni di cute e liquor cerebrospinale, il liquido che protegge il sistema nervoso. Invieremo questo materiale all’istituto Mario Negri e all’Ebri di Roma, dove saranno studiati i livelli di proteina “sumo”. Se fosse provata la correlazione fra questi fattori e la malattia di Alzheimer, si potrà lavorare a un test di laboratorio per la diagnosi precoce e l’attivazione di tempestive terapie».

Come viene trattato l’Alzheimer?

«Ad Alba siamo partiti nel 2002 con la costituzione, nell’ambito della neurologia, dell’unità di valutazione Alzheimer, di cui fanno parte neurologi, psichiatri e un geriatra, che ogni anno visita circa 300 persone con sospetto di demenza. La demenza è solo un modo di esprimersi della neurodegenerazione. Essa rappresenta una delle cause di disabilità più importanti nella popolazione anziana, responsabile di oltre la metà dei ricoveri in casa di riposo. La prevalenza della malattia aumenta con l’età ed è maggiore nelle donne, soprattutto per la malattia di Alzheimer (prevalenza 6,4% negli ultrasessantacinquenni). L’unità di valutazione collabora con il medico di famiglia anche dopo la diagnosi e durante la riabilitazione ».

a.r.

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