Il direttore risponde (28 agosto)

«Bisognerebbe fare provare ai politici cosa significa produrre»

Egregio sig. Direttore, sono un giovane imprenditore albese che insieme alla propria famiglia gestisce una rinomata azienda la quale vanta più di 40 anni di attività e di presenza sul mercato italiano e allo stato attuale, nonostante la contrazione dei consumi e il contesto economico nazionale poco favorevole, offre lavoro a quasi ottanta dipendenti. Leggendo con attenzione negli ultimi tempi i quotidiani nazionali, non le nego di provare una forte sensazione di disagio, malessere e ribrezzo nei confronti di una fantomatica società civile e democratica la quale non può altro che essere definita monca di dignità e di rispetto nei confronti di chi, a proprio rischio e pericolo, decide di investire le proprie risorse professionali ed economiche a livello imprenditoriale, per continuare a generare posti di lavoro nonostante l’attuale scenario di crisi. Ormai è cosa nota a tutti come tale situazione di recessione sia stata generata da una pluriennale gestione fallimentare della cosa pubblica da parte di una vecchia classe politica di dirigenti “politicanti” e da un sistema bancario nazionale incancrenito che anziché sostenere l’imprenditoria, la libera professione e il piccolo risparmiatore ha reso ormai quasi impossibile l’accesso al credito da parte delle medio-piccole imprese e del privato cittadino, a favore di quelle società multinazionali di matrice italiana che poi investono all’estero le loro risorse finanziarie. Dato che il fatto di svolgere l’attività di imprenditore mi ha reso molto pragmatico, gradirei sottoporre agli amici lettori la seguente proposta: prendiamo una qualsiasi medio piccola azienda manifatturiera italiana che operi da almeno 5 anni sul mercato nazionale e i cui soci amministratori siano i componenti dello stesso nucleo familiare e poi, trascorso il primo quinquennio di avviamento, in un secondo tempo affidiamo tale società in gestione per i 5 anni successivi a un nuovo consiglio di amministrazione in cui l’amministratore delegato sia un segretario di partito o un direttore generale di un qualunque istituto bancario nazionale e quindi, a fine periodo, compariamo i dati di bilancio, mettendo a confronto il conto economico derivante dalle due diverse gestioni. Questa mia innocente provocazione penso possa far riflettere come la politica nazionale e il sistema bancario italiano debbano prendere consapevolezza che l’amministrazione di una società privata, soprattutto in questa fase di crisi finanziaria globale, sia cosa assolutamente più complicata e rischiosa rispetto alla gestione di denaro pubblico o dei soldi provenienti dai conticorrenti dei risparmiatori.

Un imprenditore albese

La situazione è veramente difficile. Come ha scritto Famiglia Cristiana nell’ultimo numero, «il Paese è stremato. Dieci milioni di famiglie tirano la cinghia. La disoccupazione è al 10,8 per cento. Solo un italiano su tre ha un posto regolare a tempo indeterminato (meno che in tutti i Paesi europei). Secondo Eurostat, gli occupati in Italia sono 450 mila in meno che nel 2007. Aumentano i cassaintegrati. Su una popolazione di 60,8 milioni di residenti, solo il 36,8 per cento (22,3 milioni di persone) lavora». Gli stessi imprenditori, come testimonia questa lettera, non hanno vita facile. Anche le critiche al sistema bancario e alla gestione della cosa pubblica hanno un loro fondamento. Sembra che siamo nelle mani della grande finanza internazionale, di grossi speculatori, e che i politici non si siano ancora resi conto della vera situazione della popolazione, al di là dei proclami e delle promesse. Trovare delle soluzioni non è facile. Ma penso si debbano fare anche delle considerazioni che ci coinvolgono tutti. Le persone che siedono in Parlamento, nonostante i limiti della legge elettorale, sono state scelte da noi. La stessa classe imprenditoriale ha fatto delle scelte su chi ci ha governato in questi anni. Non ci si può dissociare così totalmente dalla classe politica come se fosse spuntata dal nulla. La speranza inoltre che prima o poi le cose tornino come prima può essere un’illusione. Dobbiamo scegliere ora come sarà il nostro futuro. Se è vero che abbiamo vissuto troppo tempo sopra le nostre possibilità, dobbiamo pensare non solo a una vita più sobria, a un’amministrazione personale più oculata,maanche a far leva su valori autentici e non più sull’edonismo e sul consumismo. A dar più peso alla cultura e alla preparazione, ai valori dello spirito, alla solidarietà e alla famiglia…

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