Africani a Saluzzo

IL “VIAGGIO” Il tendone sorge al fondo di una strada deserta (come raccontiamo sopra, la tendopoli è stata smantellata sabato scorso, il giorno successivo al nostro incontro). Attorno ci sono capannoni in disuso che potrebbero essere utilizzati per i 180 africani (400 fino a pochi giorni fa) che “abitano” sotto il nylon, su materassini e coperte consumate, con fornelli arrugginiti e bagni chimici, una pompa per l’acqua che non si capisce se sia potabile. Quando arriviamo all’ingresso del “campo” la maggior parte dei migranti è fuori, a raccogliere frutta.

La stagione è in fase di chiusura e tra poco più di un mese ognuno tornerà, come ci dice Robert (un ventiseienne dalla faccia di bambino), «da dove è venuto: chi dal centro Italia, chi dal Mezzogiorno, chi da Torino». Ci guardiamo attorno. Un gruppetto di quattro o cinque gioca a calcio, altri ascoltano musica seduti sul marciapiede. C’è aria di disfacimento. Ci scrutano con sospetto, masono sufficienti poche battute per sciogliere il ghiaccio. Robert, con occhiali da sole e pullover beige, racconta che «i ragazzi stanno qui al massimo quattro o cinque mesi, il tempo della raccolta, ma è impossibile trovare un appartamento. I proprietari richiedono una garanzia di permanenza di almeno sei mesi. Così siamo costretti a vivere qua dentro».

Il «qua dentro» è disordine, in cui i corpi sono costretti alla prossimità fisica, al contatto col terreno e alla precarietà. La pelle si raffredda nell’assenza di stufe o termosifoni: c’è solo una doccia, ma l’acqua è gelida. Un ghetto: confinati nei pressi dell’area ecologica, zona periferica della città, i migranti sembrano indecisi tra l’indignazione e la gratitudine verso chi – come il Comitato antirazzista saluzzese, ma anche la Caritas e altre organizzazioni – li ha accolti, offrendo assistenza. Il rapporto con la cittadinanza è ambiguo: oscilla tra l’indifferenza, la malcelata sopportazione e l’ospitalità. Sotto il tendone si respira un misto di desiderio di conoscenza, disponibilità e irritazione.

I pagamenti per la raccolta della frutta vanno dai cinque ai sei euro l’ora, ci dicono. La Caritas procura alcune razioni di cibo,mala maggior parte del fabbisogno è coperto dai lavoratori, ci dicono: il gas per cucinare, gli alimenti, i vestiti, le sigarette. Non risparmiano: la loro permanenza è – diremmo noi – fine a se stessa, priva di progettualità. Una volta finita la stagione, torneranno da dove sono venuti con la stessa desolante assenza di prospettive. Ci accompagnano nel campo, raccomandandoci di non immortalare i volti, perché «qualcuno si potrebbe arrabbiare ». L’esposizione mediatica – molte le testate che in questi giorni raccontano, spesso travisando, la storia degli «africani di Saluzzo» – infastidisce, relega alla condizione di oggetto da osservare. Passiamo tra i mozziconi di sigaretta, i materassi arruffati. Un ragazzo aggiusta biciclette, un altro beve birra. La fatiscenza del luogo, la sporcizia e l’indigenza costringono al realismo, a credere che pure la provincia possa offrire un fotogramma tanto crudo.

Meglio, comunque, descrivere che interpretare. Qui ogni presunzione di comprensione risulterebbe irrispettosa verso la pur non totale accondiscendenza di questi ragazzi arrivati da lontano. A ottobre scadono i contratti, si ritorna a casa. E il prossimo anno la storia si ripeterà. Quando andiamo via ci accorgiamo degli striscioni appesi all’ingresso, scritti a bomboletta spray: «Le vacche stanno meglio dei migranti».

Matteo Viberti

Boubacar, l’uomo del Mali

Boubacar riferisce il suo nome con solennità. Poi si gratta la testa, posiziona le sue infradito e comincia a parlare: «È normale che i bianchi, inizialmente, abbiano timore degli africani. In Mali ogni volta che un europeo giunge in città, è osservatocomeun extraterrestre; i bambini fuggono ». Accesa la sigaretta, dopo la prima boccata il suo tono si placa: «Però quel “turista bianco” è visto come un uomo. Dopo qualche giorno è salutato, nonostante lavori per quelle multinazionali capaci di ridurre in brandelli la nostra terra».

L’italiano, nonostante la lentezza delle parole è ben articolato. Chiediamo come riesce a parlare così bene, da quanto tempo è qui: «È il quarto anno. Amo leggere, amo la lingua, ma non saprei con chi parlarla. I ragazzi delle tende sono tutti di ceppo francese. Avere un amico italiano sembra impossibile, i saluti a Saluzzo spesso non sono ricambiati, nonostante io abbia ventisei anni».

Un pallone da calcio lo colpisce alle caviglie, lui si china e raccogliendolo, con gli occhi lucidi sussurra: «A volte vorrei tornare in Africa. Anzi vorrei non essere mai partito. Prima di arrivare in Italia frequentavo una scuola a Kayes, ma la religione non fa per me. Studiavo l’islam e la sua origine; ma ora credo in me, in me e basta». Intanto tocca i tasti del suo cellulare e con lo sguardo basso schiaccia “play”: fuoriesce una musica tribale, forse in dialetto khassonke. «Non mi lamento di vivere in questo luogo – la vita in comunità ha anche i suoi vantaggi –; quello che mi fa soffrire non è il freddo della notte, nemmeno mi fa male litigare con Mahamet, che in questo periodo è più nervoso che mai. È che vorrei essere buono, cioè vorrei sentirmi buono: se tutti ti osservano e pensano che tu sei cattivo, presto lo diventerai. Verrò ad Alba un giorno, magari ci incontreremo».

Marco Viberti

Moustapha, il “ragazzo di colore”

Moustapha ha 25 anni e preferisce non raccontare il passato. Si limita al presente. Viene dal Senegal e da alcuni anni vive nelle Marche. «Laggiù ho molti amici, sia africani che italiani. Qui, a Saluzzo, faccio fatica». Ci descrive la vita nel tendone con un misto di accettazione rassegnata e rabbia. «Sovente i Carabinieri vengono a svegliarci alle cinque del mattino per chiederci i documenti », spiega Moustapha. «E gli italiani ci chiamano “ragazzi di colore”. Perché il bianco deve essere considerato la normalità e noi la diversità? Siamo tutti esseri umani».

Eppure, non c’è ostilità nelle parole di Moustpha. Ma una specie di amara constatazione, come se le cose non potessero andare altrimenti. «Ho mai conosciuto in vita mia una persona cattiva», aggiunge. Gli chiediamo come sia la vita nel campo. «Potete vedere», risponde. «Prima vivevamo in una struttura coperta, un capannone vicino alla stazione ferroviaria. Era fatiscente, ma almeno avevamo un tetto. Un luogo troppo centrale, la nostra presenza generava proteste. Il Comune lo ha raso al suolo e ci ha spostati qui».

Altri la vedono in maniera più conciliante. Meglio così che senza lavoro, ci dicono. Moustapha guarda il tendone zeppo di effetti personali, coperte, cuscini e scarpe, mestoli, libri. Qualche piede nudo sbuca dai plaid. «Questo tendone è stato montato dopo la Fiera di Saluzzo, a inizio settembre. Nei mesi precedenti, da giugno fino a due settimane fa, vivevamo in tende di nylon autocostruite, più piccole e meno riparate dalla pioggia. Il Comune si è deciso a montare questa struttura perché abbiamo protestato: alcuni si sono incatenati, altri hanno manifestato di fronte ai turisti. Chiediamo soltanto un trattamento accettabile».

m.v.

L’EPILOGO: Infine, il tendone scompare

Sabato 22 settembre, a un giorno dalla festa in musica organizzata dal Comitato antirazzista, il tendone montato dall’Amministrazione saluzzese per gli africani che lavorano nelle campagne è stato rimosso. Andrea, membro del Comitato, spiega: «Tornati dal lavoro, gli immigrati hannotrovato l’amara sorpresa: il tendone che copriva i loro effetti personali, peraltro rimasti intatti e nelle stesse posizioni, era stato portato via. Tutti sapevano che la struttura era provvisoria, in quanto non apparteneva al Comune ma agli Alpini di Saluzzo, i quali pare debbano utilizzarla per il prossimo motoraduno». ASaluzzo si stanno ora cercando soluzioni per un centinaio di migranti “sfrattati”, che dovrebbero già diminuire “spontaneamente” di numero per la fine della stagione della raccolta della frutta.

mar.vi.

 

LA PROTESTA: Il Comitato antirazzista che non vorrebbe esistere

Il Comitato antirazzista saluzzese opera da tre anni nell’area di Saluzzo, Scarnafigi, Costigliole. Abbiamo parlato con uno dei fondatori del gruppo. Il nostro interlocutore preferisce rimanere anonimo, «per non destare ulteriori polemiche con l’Amministrazione cittadina», dice.

Quali risultati avete ottenuto?

«Fino all’anno scorso i migranti risiedevano alla stazione in disuso di Saluzzo. Poi i Carabinieri hanno proceduto con lo sgombero e da aprile i migranti sono stati confinati ulteriormente, divenendo “invisibili” agli occhi della cittadinanza. Abbiamo assistito a una vera e propria “ghettizzazione” nella zona del foro boario: le condizioni di vita erano inumane per i 400 africani. È questo il motivo per cui nei giorni della Fiera – che tutti gli anni si svolge a pochi metri dall’accampamento provvisorio – ci siamo incatenati e abbiamo manifestato; solo dopo la protesta l’Amministrazione ha deciso d’installare un tendone provvisorio, che non protegge dal freddo. Il camper a lato dell’attendamento è adibito a studio medico; continuiamo a organizzare concerti e tornei di calcio per sensibilizzare al problema».

Per quale motivo non è possibile dare una sistemazione ai migranti?

«I motivi sono innumerevoli, ma credo che anche le pressioni della Lega nord non siano state vane. Sono presenti moltissimi locali e alloggi vuoti a Saluzzo, ma le persone sono spaventate e dimenticano che gli immigrati sono esseri umani, che sanguinano, mangiano e bevono come tutti. Peraltro, speriamo non ci sia più bisogno di noi l’anno prossimo. Speriamo che dopo la tempesta mediatica che ci ha investiti in questi giorni la situazione possa cambiare e volgersi in meglio».

mar.vi.

Marcella Risso: «Lasituazione rappresenta le difficoltà di ogni politica delle migrazioni»

Parliamo con Marcella Risso, assessore alle politiche di integrazione e alle pari opportunità della città di Saluzzo.

Perché i migranti arrivano a Saluzzo, Assessore?

«Saluzzo è una delle aree di produzione della frutta più importanti del Paese. C’è lavoro e gli africani siglano contratti con i produttori. L’impatto degli arrivi sulla città non è stato totalmente negativo. Il Comune ha ricevuto proteste, ma ha anche registrato attestazioni di solidarietà. Grazie al senso di responsabilità di saluzzesi e immigrati non si sono manifestate aperte forme di intolleranza e razzismo, anche se i pregiudizi resistono e la disponibilità all’accoglienza resta sulle spalle di pochi».

Da quali nazioni provengono i migranti?

«Secondo i dati raccolti dalla Caritas nel 2011 si tratta di immigrati muniti di permesso di soggiorno. Sono spesso uomini giunti in Italia con vicende drammatiche alle spalle. Hanno un’età tra i 20 e i 40 anni. Sono numerosi i musulmani praticanti ».

Perché vivono in una tendopoli?

«Alcuni sono stati trasferiti per l’inutilizzabilità delle strutture prima occupate (un ex magazzino), per non pesare sulla tolleranza dei residenti, per l’inadeguatezza delle condizioni igieniche, oltre che per l’estrema difficoltà della gestione. Gran parte dei migranti oggi è ospitata da varie strutture, che garantiscono migliori condizioni di vita».

Perché i datori di lavoro non provvedono?

«I datori di lavoro non sono tenuti per legge all’ospitalità. In pochi casi hanno messo a disposizione abitazioni: temono di non avere strutture idonee e di essere sanzionati. D’altra parte, anche i migranti spesso non richiedono ospitalità al datore di lavoro: per paura che questo pregiudichi l’assunzione e perché sono legati tra loro e preferiscono restare con il gruppo».

Come reagite alla pressione mediatica? Riuscirete a gestire la situazione?

«Stiamo facendo il possibile: per il prossimo anno troveremo soluzioni. I migranti non sono invisibili, nessuno intende nasconderli: sono lì a rappresentare la disperazione di chi è fuggito a causa di guerre, dittature e povertà. Sono lì a rappresentare le difficoltà di ogni politica delle migrazioni».

m.v.

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