Giovanni Arpino uno dei grandi del ’900

Le sue macchine da scrivere sono ancora allineate, maestose e scattanti, come se fossero pronte a ripartire. Ma da 25 anni tacciono, da quel triste 10 dicembre 1987 che fu l’ultimo giorno in vita e in scrittura di Giovanni Arpino. Giornalista, poeta, romanziere, artigiano della parola, bracconiere di storie, intellettuale, anticipatore dei tempi, polemista e braidese. Questo e ancora altro era Arpino, morto a sessant’anni per un tumore alla gola. Uno dei più grandi artisti dell’Italia del Novecento, capace di scrivere La suora giovane, L’ombra delle colline (Premio Strega 1964), Il buio e il miele (da cui verrà tratto il film Profumo di donna interpretato da Vittorio Gassman e il rifacimento con Al Pacino), Un’anima persa, Azzurro tenebra, Il fratello italiano (Campiello 1980), Passo d’addio (autobiografico e autentico testamento spirituale) e l’ultima opera, La trappola amorosa, consegnata poco prima di morire.

Ha lasciato tanto Giovanni Arpino, cittadino onorario di Bra (scelta fatta proprio nel 1987, poco prima della sua scomparsa),ma per un assurdo gioco del destino è stato spesso trascurato e abbandonato. Poche istituzioni l’hanno ricordato dedicandogli una biblioteca (Bra e Nichelino), un premio (il salone del libro per ragazzi di Bra) o una scuola (le medie di Sommariva del Bosco), ma tanti lettori hanno continuato a onorarlo rileggendo i suoi 24 libri o la raccolta degli articoli scritti su numerose testate (su tutte La Stampa e Il Giornale) che recentemente sono confluiti nei Meridiani della Mondadori. «Fare il giornalista », disse Giovanni Arpino, «è un mestiere quasi fisiologico, per me.Non mi costa sforzo. Se il mio giornale mi chiede un “pezzo” alle 13 per le 15, io lo consegno implacabilmente alle 14.55. Far romanzo è invece patologico, è una faccenda segreta, non richiesta da alcuno. E qui nasce la tentazione, e anche la terribilità». L’eredità arpiniana è tanto infinita quanto attuale, sia nei temi che nella scrittura. Poco per volta i suoi libri vengono ristampati (e non solo in Italia), grazie alla cura fedele che la moglie Caterina e il figlio Tommaso hanno intrapreso in questi 25 anni. Nella casa braidese di Giovanni Arpino si percepisce ancora la sua presenza e i volumi si abbracciano quasi a voler mantenere saldo il legame tra chi ha scritto e chi legge.Eproprio da questo incrocio spunta l’Alfa e l’Omega dell’Arpino scrittore, che pubblichiamo su Gazzetta. Tutto nasce nell’ottobre del 1951, quando l’Einaudi – attraverso Calvino – comunica la volontà di pubblicare la prima opera Sei stato felice, Giovanni. Ela lettera che Giovanni scrive a Rina, sua futura moglie, dal servizio militare è l’annuncio dell’inizio della sua carriera. Gli appunti del novembre 1987, invece, sono frutto dei pensieri maturati durante i giorni e le notti trascorse alle Molinette di Torino. Il dolore, la quotidianità dell’ospedale e il calcio si mischiano per l’ultimoatto. Per il «passo d’addio». Gianluca Oddenino

Una mostra a palazzo Mathis, dove è ambientato Gli anni del giudizio, e la pubblicazione di una raccolta di lettere inedite tra lo scrittore-giornalista e la moglie Caterina. Nel 25° anniversario della morte non mancano a Bra le iniziative pubbliche e private per ricordare Giovanni Arpino, che riposa nel cimitero cittadino. Sabato 1° dicembre è stato inaugurato l’omaggio artistico Il nostro profumo di donna (ingresso libero), mentre lunedì 17 dicembre l’auditorium della Crb ospiterà la presentazione del volume Lettere a Rina (edito da Lino Aragno) con la prefazione di Giovanni Tesio.

A Caterina Brero. Napoli, 7 ottobre 1951

Cara Rina, sono solo in questo ufficio pieno di polvere, èdomenica, cielo basso grigio con aeroplani, fuori in cortile c’è il quadrato delle truppe intorno al prete per la Messa, ho finito di firmare un sacco di permessi al posto dell’ufficiale (firmai fino a mezzanotte,ungiorno o l’altro vado dentro per questo,machi se ne frega) sono tranquillo e pesante, una tranquillità così idiota mai mi era successa. Ti riporto la lettera di Einaudi arrivatami ieri: Caro Signor Arpino, siamo lieti di comunicarle che il suo romanzo Sei stato felice, Giovanni è molto piaciuto a Elio Vittorini. Riportiamo dagli appunti di Vittorini: «Neorealismo con parolacce, però con una vera città dentro e della vera gente (e dire che io dicevo di no, che non c’ero riuscito bene) mica roba tirata su aiutandosi con i ricordi del cinema. Il dialogo hemingwayano senza falsi pudori: se ne frega di lasciarlo vedere, e allora devi dire che fa bene. Mi sembra insomma un buon libro. Qualche difetto di monotonia (nei primi capitoli) e di compiacimento potrebbe essere eliminato. Per questo sarebbe bene parlare con l’Autore». Pensiamo perciò di combinare un incontro tra Vittorini e lei presso la nostra sede, la prima volta che Vittorini verrà a Torino. La salutiamo con viva cordialità, Calvino. Fine. Non c’è male davvero, e dire che io non ci credevo poi troppo a questo libro. Il prossimo sarà migliore, se avrò te. Il tempo mi aiuterà a farlo insieme. Sento che sto perdendo il tempo come una talpa, ma che sto perdendo te è una vera tragedia. Nonti homai, né di giorno né di notte, né al buio né a mezzogiorno, né camminando né seduto. Ho troppo bisogno di toccarti e parlare con te, di ridere e star bene. Non scapparmi mai e vieni via con me appena puoi. Presto. Mapresto così presto chenonci si accorga neppure d’una distanza di secondo. Ciao. (…) Scrivimi, Gianni.

All’ospedale Molinette, novembre 1987

Venerdì 4 novembre. (…) L’infermiere dal volto bambino dopo la quarta flebo confessa di scrivere poesie, molte dedicate alla moglie. Se ha la mano santa con l’ago meriterebbe attenzione se invece è anche lui vago e sognatore e non lettore che dirgli? Mi manderà le fotocopie, l’indirizzo, il telefono. Dovrò dirgli-dargli un giudizio ma spero d’averlo questo giudizio. Mi aiuterà il cortisone? Certo non i budini che sanno di legno i semolini che sanno di ottone e il tempo che si consuma, un pegno scaduto, mentre arriva l’esattore misurando le ore. 5 Novembre 87/5. Giovanni ritorna a casa alle ore 16. Immobili, intubati, bloccati supini nei letti guardano la partita di calcio. Tutta in questi novanta minuti la vita, purché cada la memoria, purché si fermi la storia, il dolore al polmone, al naso, al collo forato. È la partita – ancora – che li salva, e sono straziati ma felici perché gli unici ad averlo ai piedi del letto il televisore, compagno morboso di un presente che è tutto il futuro rimasto. Nella notte i campanelli dell’urgenza suoneranno a lungo, piangeranno le lenzuola, grideranno scarpe di forma, ma l’Inter ha vinto e qualcuno si consola.

Giovanni Arpino

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