La Chiesa madre di vocazioni

La crisi vocazionale interroga oggi la Chiesa in modo serio. Il numero dei candidati al ministero ordinato ha raggiunto minimi storici; anche le famiglie religiose vivono un momento particolare, con un significativo calo delle vocazioni. Non possiamo pensare che in un futuro più o meno vicino si possano raggiungere i numeri del passato. Se si parla della Chiesa come “madre di vocazioni”, si può in certo qual modo accostare la situazione ecclesiale a quella della società occidentale, in particolare italiana, dove la contrazione della natalità mette a rischio il futuro stesso della creazione, o, quantomeno, la espone a un processo di radicale trasformazione. Non serve rimpiangere il passato. È necessario guardare al futuro con coraggio e speranza. In un recente passato, ci si è preoccupati troppo di colmare i vuoti, trascurando un dato elementare ma irrinunciabile: nessuna forma di consacrazione o di servizio nella Chiesa può esprimersi in termini di maturità se alla base, come terreno nutriente della vocazione, non c’è una vita cristiana solida. La rigenerazione in Cristo è la sorgente di un’umanità nuova, fondata sul dono dello Spirito. «Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Galati 3, 26 ss).

A partire dal dono gratuito di Dio, la vita cristiana diventa un cammino straordinario di sequela nella conformazione a Cristo. La vocazione nasce dall’esperienza, dall’incontro vero con Dio. Non è un caso che si registri una fecondità di vocazioni negli ambienti che provano a vivere l’esperienza cristiana con partecipazione più profonda. Lo sguardo ricco di speranza diventa fecondo e costruttivo se non è espressione di un facile ottimismo, ma di un serio cammino di vita rivolta alla conoscenza di Dio.Equesto cammino deve essere garantito nella vita parrocchiale. Il primo compito di una Chiesa che sia anzitutto madre è di far crescere i figli che ha generato nel fonte battesimale. In una società in cui non è facile per le famiglie educare alla vita cristiana, la responsabilità della Chiesa deve concentrarsi sulla vita cristiana in quanto tale. È un compito che la comunità cristiana deve recuperare con urgenza, se non vuole perdere il contatto con le generazioni a venire.

Come non basta avere un figlio perché diventi uomo,mabisogna accompagnarlo nelle tappe della crescita, allo stesso modo la Chiesa è chiamata a un impegno costante per far crescere i suoi figli «alla misura del dono di Cristo» (Efesini 4,7). Il segreto sta nella scelta di far crescere figli di Dio, consapevoli della propria grandezza e dignità.

Questo cammino educativo si può realizzare se la Chiesa è impegnata non solo a “insegnare” il Vangelo, ma a “testimoniarlo” con forza e coerenza. Occorre riappropriarci della centralità dell’incontro col Cristo. Von Balthasar affermava: «La Chiesa post-conciliare ha largamente perso il suo volto mistico; è una Chiesa dei dialoghi permanenti, delle organizzazioni, delle consulte, dei congressi, delle strutture e delle ristrutturazioni, degli esperimenti sociologici…». Contro il prevaricare del fare, il teologo svizzero indicava di portare di nuovo l’attenzione al principio mariano nella Chiesa: senza l’elemento mariano la «Chiesa diventa funzionalistica, senz’anima… dispersa in rumorosi progetti». Il Concilio, inserendo la mariologia nella costituzione sulla Chiesa, ha riavviato la comprensione della maternità della Chiesa. In Maria, madre degli apostoli e di tutti i santi, la Chiesa contempla il modello di ciò che è chiamata a essere anche come madre dei figli che genera alla fede. L’Anno della fede può diventare allora un’occasione propizia per riscoprire il Vangelo della chiamata nella sua radicalità e nella sua essenzialità.

Don Dino Negro

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