Parole per un anno: TARTUFO

L’affascinante signor PICO

È ben strana, curiosa, ma anche affascinante la vita del tartufo bianco d’Alba. La sua storia parte da lontano. Classificato tra i funghi dal torinese Vittorio Pico nella sua tesi di laurea in medicina nel 1788, è un fungo non bello, irregolare, capriccioso nelle forme, imprevedibile nel farsi trovare, vive sotto terra, abbarbicato a una piccola radice di un albero comune come un parassita qualsiasi, intento a succhiare clorofilla per sopravvivere.

Se non lo trovasse un cane non se lo filerebbe nessuno e rischierebbe di marcire con lombrichi e insetti vari che si incaricano, inconsapevoli mezzi di trasporto, di portare in giro le spore per perpetuarne la specie.

L’uomo lo scoprì per caso, vagabondando per boschi di querce, lo ritenne commestibile; poi gli antichi, dalle scarse conoscenze botaniche, lo credettero generato dal fulmine. Oggi qualcuno lo chiama ancora “tubero”, equiparandolo o confondendolo con una comune patata o un bulbo di chissà quale esotico fiore.

Tipico esempio di economia sommersa, spunta improvviso, dopo un breve o lungo, ma sempre misterioso cammino su tavole imbandite per consumarsi, esalando il suo prezioso, impalpabile e… carissimo profumo, su un piatto di tagliatelle, una calda fonduta, ma anche semplicemente su un uovo al burro.

All’inizio del Novecento, prima, e fra le due grandi guerre, il tartufo era per i contadini un mezzo di riscatto, il dono da offrire al medico, al geometra, al notaio, al prevosto, alla levatrice, alla maestra: tutte persone perbene che prestavano la loro opera preziosa agli affari di famiglia, alla salute degli anziani e dei bimbi, all’istruzione dei figli.

Poi qualcuno pensò e ritenne, in tempi e anni difficili di crisi, che forse il tartufo meritava più considerazione, che poteva essere il mezzo di riscatto di un territorio, l’occasione per richiamare attenzione e attivare nuove iniziative.

Così, su questo fungo, non appariscente come il Boletus edulis, non elegante come l’Amanita caesarea, ma dal nome altisonante come Tuber magnatum Pico, dal profumo intenso, unico ed esclusivo, raro ma non poi così tanto, un territorio come l’albese vi ha fondato, mantenuto, sviluppato un’importante risorsa economica. Attorno al tartufo bianco d’Alba queste terre, intraprendenti e imprevedibili, hanno saputo creare manifestazioni rilevanti, eventi folcloristici di grande impatto mediatico come il Palio degli asini, i carri allegorici, la Bela trifolera, iniziative culturali notevoli e manifestazioni popolari per coinvolgere proprio tutti.

Con il tartufo questa nostra terra di Langa e di Roero ha valorizzato una cucina tipica che si andava affermando e che aspettava solo un tocco di magia per esplodere, ha fatto conoscere vini che già avevano compiuto molta strada nel mondo, ma aspettavano la valorizzazione del territorio per sublimare tutte le loro grandi potenzialità. Invidiato, ora il tartufo pare sorgere e spuntare in ogni dove, ogni regione italiana, ma anche molte straniere, ne rivendicano qualità, pregi e quantità tali da soddisfare le sempre maggiori richieste. Alba in futuro dovrà impegnarsi per mantenere suo questo tesoro.

Giulio Parusso

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