Giuseppe, operaio di Nazareth

L’ansia di San Giuseppe di James Tissot, Brooklyn Museum.

Il 19 marzo, la Chiesa cattolica ricorda la figura di San Giuseppe. Un personaggio che nel racconto dei Vangeli è quasi una figura di riflesso la quale esiste per la luce che le dà la presenza di Maria. L’unico dato certo è il suo arrivo a Betlemme per il censimento obbligatorio, e poi quel suo camminare nel deserto per fuggire alla prepotenza di Erode e mettere in salvo la sua famiglia e il ritornare infine a Nazareth, la sua terra di origine, dove faceva il falegname. Non è poco, si può dire, se non si pensa che nella storia della Sacra Famiglia egli non pronuncia parola e che il figlio che aveva il compito di salvare il mondo lo nomina mai. La figura di quest’uomo sparisce nel silenzio in cui era vissuta senza rumore, senza il ricordo di un rimpianto.

Tutto quello che si riconosce in Giuseppe lo abbiamo costruito noi attraverso secoli di preghiera e di ricerca storica, che ci ha dato pochi risultati certi. Il suo culto si è sviluppato molto tardi, ve ne è traccia in Oriente nel IV secolo presso i copti, mentre in Occidente se ne ha notizia verso i secoli IX e X.

Chi ne parlò a lungo e con passione furono San Tommaso, Santa Brigida e infine Santa Teresa di Gesù. Nel 1538 venne fondata a Roma la Confraternita di San Giuseppe dei falegnami, che eresse una chiesa al suo patrono. Infine la Congregazione dei riti, per la volontà di Papa Pio IX, dichiarò San Giuseppe patrono della Chiesa universale. Mi pare che non ci sia una ragione precisa per la scelta della festa di San Giuseppe il 19 marzo, visto che non si conosce neppure il giorno della sua morte.

In quanto alla descrizione fisica, anche se egli appare sempre nelle rappresentazioni della Natività, ogni autore è ricorso più alla fantasia che a dati storici. L’iconografia dei popoli occidentali ha raffigurato questo padre protettore della vita umana di Cristo immaginandolo avanti nell’età, senza pensare che ciò era in contrasto con il lavoro pesante che conduceva allora per la sua famiglia.

Padre sportivo più che putativo

Non solo, era un uomo capace di raggiungere l’Egitto a piedi partendo da Gerusalemme. Sarebbe piaciuto a tutti noi avere una descrizione più attenta non solo di quel Gesù Bambino nato in un Paese povero quando le comunicazioni avevano la lentezza del cammino nella polvere e tutto perdeva forma sulla parola non scritta. Né gli evangelisti pensarono di descrivere i colori, le vesti, l’aspetto di quella giovane donna chiamata Maria, occupati com’erano nel ricordare e trasmettere le parole, gli insegnamenti del Maestro. Essi hanno scritto l’essenziale, quasi preoccupati di non ricordare ogni cosa senza perdersi in descrizioni d’ambiente o di personaggi che sarebbero stati fonte di distrazione. Non pensavano a futuri lettori, ma a cercare discepoli.

Oggi che ci stiamo costruendo un mondo tanto diverso, che ci sentiamo ormai capaci di raggiungere la radice della vita e abbiamo così poco rispetto del mistero, la storia di San Giuseppe curvo a difendere il piccolo Gesù ci sembra lontana e non ci chiediamo più se aveva la barba o un giglio in mano. Anche chi va in chiesa fa offerte e chiede grazie a Sant’Antonio o a padre Pio. Al Sud a San Giuseppe si mangiano i bignè. È utile, in tempo di crisi economica e di altre fragilità, un brano della preghiera a San Giuseppe di Paolo VI: «O San Giuseppe, tu che accanto al Verbo Incarnato lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da lui la forza di vivere e di faticare; tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro, proteggi i lavoratori nella loro dura esistenza quotidiana […]».

Don Lorenzo Castello

L’ansia di San Giuseppe di James Tissot, Brooklyn Museum.
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