Geometrie rurali

Unesco: due anni di tutela  per le colline dei vigneti

Guarda un vigneto da che parte vuoi, cambia pure angolazione: in giù, in su, in alto e in basso, dritto o di traverso. L’occhio incontra filari sempre allineati. Una regola semplice e antica, da sempre rispettata. Se il terreno è poco ripido e regolare non è difficile tracciare allineamenti perfetti. Ma se la vigna è posta in colline molto ripide, se il terreno che accoglierà le future viti fa una gobba o una schiena, se cambia la pendenza, ci sono irregolarità, allora la questione si fa difficile. Molto. Oggi, invero,mettere a dimora vigneti è abbastanza facile:molti strumenti, anche elettronici vengono in aiuto. Ma sino agli anni ’50 del secolo scorso contavano occhio ed esperienza. Cognizioni non facilmente acquisibili. Correlati a una dura professione e a tanta passione. Era un’arte. Come abbiano fatto a creare filari così lineari, sesti di impianto perfetti,percorsi per gli animali tutto sommato comodi? Aggiungiamo capezzagne in cui si transitava facilmente. Geometrie rurali perfette, linee essenziali frutto di una creatività senza limiti, che destano ammirazione e rispetto. Nessun aiuto, né cartaceo, né elettronico. Non usavano neppure le lignore.Altro che computer in vigna, non esistevano ancora la tracciatura laser a gps o i nuovi strumenti micro satellitari. Niente di niente. C’erano solo il gelo insopportabile e la terra argillosa che si attaccava agli scarponi e alle mani ruvide.

In Langa pure le pietre hanno un nome

Lo scasso per un nuovo vigneto. Il lavoro più massacrante per gli anziani viticoltori. Quando non c’erano, mai, nella vigna, né aratri, né trattori. C’era solo l’uomo con il piccone o la vanga. Qualche volta si era costretti a tirare su terrazzamenti: pietra su pietra, muro su muro. Lo scasso e i terrazzamenti si eseguivano in inverno. Era un lavoro lungo e impegnativo, ma indispensabile per il futuro della cascina. Ogni tanto, di sera, si prendevano picconi, mazze e cunei per portarli agli artigiani, affinché li forgiassero. Occorreva temprarli bene perché affondassero meglio nella dura terra. Si andava a fondo anche 120150 centimetri. Trovavi già, a mezzo metro, tufo bianco e azzurrino, ma anche pietre e qualche strato di sabbioni. Nel Roero, con frequenza trovavi pure pochi centimetri di gesso. Le pietre – che in alta Langa chiamavano lòse – si mettevano da parte; servivano per i muretti a sostegno dei vigneti. Nelle colline dell’albese le pietre erano piccole e irregolari, in alta Langa invece spesse anche 1520 cm, con venature di sabbia. Le pietre tolte dalla terra erano correlate a vecchie tradizioni. Le “comandate” consistevano in disposizioni comunali per cui ogni famiglia doveva portare al Comune un certo numero di pietre, in funzione delle terre possedute. Rotte con una mazzetta, servivano per sistemare la roanera, detta anche carzà, ovvero la striscia doppia, larga circa 30 cm, ove passavano le ruote dei carri. Oltre a fornire le pietre la famiglia doveva anche fornire lavoro per 23 giorni l’anno. Accanto ai muretti, a sostegno dei vigneti ripidi come non mai, l’uva prende luce e sole. Le pietre raccolgono il calore di giorno e lo cedono di notte. Non a caso il Comune di Santo Stefano Belbo ha molti vigneti terrazzati, specie nei celebri crus Moncucco e Bauda. Stessa considerazione per Cossano Belbo e Camo. Tra i muretti trovava ottimo rifugio un piccolo uccello della coda bianca. In dialetto lo chiamavano coa bianca o boarina. Era la ballerina. Negli interstizi, tra le lòse, scavava, usando il becco.

Seguire la morbidezza della collina

Giuseppe e Renato Borsa, di Madonna di Como, Piero Culasso, di Trezzo Tinella, sono viticoltori e testimoni di passate vite contadine. Tracciano anche vigneti, il mestiere dei loro padri. Per impostare i filari in un terreno destinato a vigneto occorreva, un tempo, per prima cosa, tracciare una linea immaginaria sistemando dei canet (piccole canne) per terra. Il filare poteva essere rimodulato, in seguito, seguendo a vista la curva di livello della collina. Era importante stare in piano. In vero gli occhi dovevano individuare la linea ideale che avrebbe seguito il filare. Il concetto fondamentale era questo: seguire linea e collina, stando il più possibile in piano per favorire il lavoro delle persone e, soprattutto, quello di aratura dei buoi. La trazione meccanica era rara prima della seconda guerra mondiale. Se la collina era regolare il lavoro era facile, viceversa con superfici irregolari era molto difficile. Spesso, dopo avere tracciato qualche filare, dovevi fare quello corto, detto mocc. Era fondamentale per portare, di nuovo, in piano i filari successivi. In grandi vigneti dovevi tracciare anche due o più mocc. In terreni a forte pendenza dovevi girare di più per stare in piano. Il proverbio è: «Gira la collina, gira il filare e sei in piano». A Valdivilla (Santo Stefano) e Camo, con pendenze oltre il 55 per cento e con filari larghi solo 1,20-1,30 metri, si voleva sfruttare lo scarso terreno disponibile. Tra i filari i viticoltori coltivavano, a rigadin, grano e fave. Anche le capezzagne – strada sterrata di servizio agli appezzamenti coltivati – erano strette, in quanto i buoi giravano in piccoli spazi. C’era anche la mezza capezzagna per interrompere l’andamento del filare e permettere di uscire dalla vigna con meno tempo, facilitando i trattamenti a spalla con zolfo e verderame. Un filare che stava in piano voleva anche dire acqua piovana che scendeva a valle dolcemente. Pertanto significava meno erosioni. Sino agli anni ’50 del secolo scorso l’impianto del vigneto era finalizzato a: passaggio animali; maggior produzione di uva e grano; sfruttare al massimo la superficie; minori erosioni. Inoltre, si distribuivano meglio verderame e zolfo, non dimenticando le zappature manuali. Insomma tribolavano meno uomini e animali. Negli anni seguenti cambia tutto: arrivano i primi aratri a corde con argano, seguiti dai Carterpillar e altri mezzi pesanti per impiantare i vigneti.Ma si destruttura la terra. Oggi, nei grandi vigneti di pianura, insieme a potenti macchine da scasso, da oltre 250 cavalli, si usano sistemi satellitari per tracciare i filari. Ma c’è un problema. Se il terreno non è perfetto, qualche volta la tecnologia si arrende. Resta il cervello umano.

Lorenzo Tablino

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