Italiani, popolo di “badati”

SOCIO-ASSISTENZA Le strutture di cura pubbliche e private diventano proibitive per i costi. E così si ricorre all’assistenza domiciliare. Secondo i dati Censis-Ismu pubblicati il 14 maggio, il numero di badanti è arrivato a un milione e 655 mila (nel 2001 era pari a poco più di un milione), facendo registrare un incremento del 53 per cento in dieci anni. Si tratta prevalentemente di stranieri (77,3 per cento) e donne (82,4 per cento) tra i 36 e 50 anni (56,8 per cento). Secondo le proiezioni statistiche, nel 2030 i collaboratori domestici potrebbero raggiungere i due milioni e 151 mila. In Italia una persona su trenta ricoprirebbe questo ruolo. L’obbligo di ricorrere alle badanti trasforma la famiglia in una sorta di datrice di lavoro, con relativi oneri: la spesa media affrontata è pari a 667 euro al mese.

Una situazione che ribalta il concetto di welfare nella sua versione tradizionale. L’impasse è evidente, tanto che, prosegue il Censis, nel 15 per cento dei casi un componente della famiglia lascia il lavoro per assistere il parente malato. Di rimando, solo il 31,4 per cento delle famiglie riesce a ricevere una qualche forma di contributo pubblico. In compenso il 48,2 per cento delle famiglie ha ridotto i consumi pur di mantenere il collaboratore, il 20,2 per cento ha intaccato i risparmi, il 2,8 per cento si è dovuto indebitare.

Circa la metà delle famiglie, assicura la statistica, prevede un inasprimento della difficoltà a sostenere il servizio di welfare informale, ovvero a pagare una badante o un collaboratore. Il 41,7 per cento dichiara che sarà costretto a rinunciarci. Un dato su tutti: se nel 2012 il fondo governativo per il sostegno domiciliare agli anziani non autosufficienti ammontava a circa 400 milioni di euro, nel 2013 la cifra è stata azzerata.

Matteo Viberti

Giachino: «Le famiglie non sanno più come gestire i malati»

Il welfare informale sembra la nuova frontiera della sanità e della socio-assistenza. Per capire che cosa accade ad Alba parliamo con il presidente del Consorzio socio-assistenziale, Roberto Giachino.

Come si comportano le famiglie? La situazione dei finanziamenti pubblici sembra disperata.

«Negli ultimi tempi abbiamo registrato incrementi significativi nell’impiego di badanti: eppure pagare uno stipendio a un soggetto terzo rispetto al nucleo principale diventa sempre più complicato. Per ora le famiglie galleggiano, sperano di vedere ripristinati i finanziamenti pubblici. Ma non possiamo negarlo: da tre mesi il Consorzio ha smesso di erogare contributi per il sostegno domiciliare agli anziani non autosufficienti. Prima i nuclei indigenti o con a carico pazienti affetti da grave psicopatologia percepivano cifre che potevano raggiungere i 600 euro mensili. Da febbraio 2013 non riusciamo più a mantenere il servizio».

Perché questa “chiusura dei rubinetti”?

«Perché il Governo ha azzerato i fondi per la non autosufficienza. Come Consorzio abbiamo cercato di compensare con 150 mila euro, cifra il cui reperimento ha implicato sforzi enormi. Cercheremo di distribuire queste risorse tra i soggetti più deboli, ma la situazione rimane drammatica. Non abbiamo certezze per il futuro, non sappiamo che cosa potrà accadere».

A cosa si riferisce? Quali conseguenze potrebbe implicare questa politica di austerità?

«Se le cose non dovessero migliorare, le famiglie non sapranno più come gestire i propri malati. Le case di riposo risultano inaccessibili (le convenzioni regionali rimangono bloccate, con liste d’attesa che solo ad Alba superano le trecento persone; le rette “complete” raggiungono i tremila euro, cifra impensabile per una famiglia media), sempre meno nuclei potranno permettersi una badante. Non ci resta che attendere».

m.v.

Aldo e i due anziani

Aldo Roggero abita a Pocapaglia. È amministratore di sostegno, volontario che assiste persone in condizione di debolezza. Si occupa della situazione di due pensionati di ottant’anni, braidesi e non autosufficienti. «L’uomo ha gravi problemi di deambulazione. La donna una sindrome depressiva, in parte conseguenza della condizione del marito. Non riescono a portare a termine alcun tipo di compito domestico in autonomia», spiega Aldo. Così, è ricorso a una badante. Una donna albanese, che assiste i coniugi per 25 o 30 ore settimanali, con una retribuzione di circa mille euro al mese. «Riusciamo a pagare la badante grazie alla pensione di uno dei due coniugi. Prima la Regione erogava un finanziamento pari a 600 euro al mese per la non autosufficienza: da febbraio, la cifra è stata azzerata». Di andare in casa di riposo la coppia non ne vuole sapere. Aldo: «Qualche mese fa, in seguito a un ricovero, entrambi hanno fatto una sorta di day hospital in struttura. È stato drammatico. Mi chiamavano al cellulare, supplicandomi di portarli via. La casa di riposo incarna un incubo, li allontanerebbe dai luoghi in cui hanno trascorso l’esistenza ». La situazione racchiude briciole di felicità: «Nonostante gli acciacchi e la necessità di un sostegno, l’abbandono da parte degli enti pubblici non è sufficiente ad abbattere il morale domestico », finisce Aldo. Quando chiediamo ad Aldo che cosa ne sarà del futuro, riceviamo in cambio silenzio. Come a dire: meglio non pensarci, il presente è sufficiente a se stesso.

m.v.

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