Reportage dalla Cambogia: tra vittime, carnefici e salvatori

6. Sun, che vuole vedere la neve

Tutte le mattine Sun – 24 anni, lunghi capelli neri e lineamenti femminili – si alza alle sei per andare a lavorare in un albergo di Sihanoukville. Deve pulire i bungalow che sorgono in riva al mare, preparare da mangiare e intrattenere i viaggiatori che si avventurano fino a questo punto remoto della Cambogia. Sun pensa che la sua condizione sia un paradosso. Deve stare con gente che attraversa il mondo, eppure lui, in 24 anni, non si è mai avventurato oltre Sihanoukville. Ha conosciuto il mondo attraverso gli occhi dei giapponesi, degli americani e degli europei, che durante l’alta stagione prenotano un bungalow per trascorrere una settimana esotica. Sun programma di cambiare lavoro. Non ce la fa a vedere ogni giorno quello che non potrà mai avere. «Il mio salario mensile è di 80 dollari, circa 60 euro. Con uno stipendio simile posso a malapena sopravvivere», dice.

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Tutti i ragazzi della sua età che non appartengono a famiglie ricche o che non hanno potuto studiare, nove su dieci – hanno introiti simili. Ma Sun non è come gli altri. «I miei amici mangiano sovente i cani, i topi oppure i ragni. Ma io sono troppo sensibile. Inoltre, nessuno dei miei amici sembra interessato a viaggiare. Tutti pensano a escogitare modi rapidi e poco faticosi di fare soldi. A me non interessa. Il mio sogno sarebbe venire in Italia e andare a sciare».

Sun la neve l’ha mai vista. Tranne che in fotografia. Alla fine, quando stiamo per andarcene, il ragazzo chiede: «Giusto per curiosità, quanto costa una giornata sulla neve in Italia?». Ci pensiamo. Attrezzatura, istruttore, seggiovia, cibo, trasporto. «Più o meno 80 dollari o qualche cosetta di più», rispondiamo, senza poter fare a meno di accorgerci del suo viso a metà tra la sorpresa e l’inenarrabile malinconia.

m.v.  

5. Vivere con meno di un euro al giorno

reportage-cambogia-bambinaParliamo con Mak Ravieng, psichiatra cambogiana che lavora nella capitale a stretto contatto con bambini abusati, a rischio di abuso sessuale e con i cosiddetti street children, i “bambini di strada”.

Come dipingere la difficoltà della Cambogia in cifre, Ravieng?
«Il 28,3 per cento della popolazione cambogiana vive con meno di un dollaro e 25 centesimi (circa un euro) al giorno. 2,2 milioni di bambini esitano in condizioni di povertà e nella maggior parte dei casi sono costretti a vivere per strada: in questo caso, le probabilità di incorrere in “aguzzini” sessuali incrementano. I genitori degli street children sono disoccupati, sviluppano dipendenze da alcol o droghe oppure sono “genitori singoli” (il coniuge è morto o si è trasferito) che devono prendersi cura dei figli e non possono lavorare».

Quali sono i dati relativi al turismo sessuale?
«Nel 2010, secondo il rapporto statistico curato dalle Ong, sono stati registrati 39 casi di traffico sessuale infantile, 43 casi di “sospetto” traffico sessuale, 539 bambini sono risultati vittime di stupro e 28 risultano i casi di sfruttamento sessuale, che può assumere forme variegate (fotografie, manipolazione corporea, ecc.). Secondo le ricerche, dal 30 al 35 per cento delle prostitute presenti nel Sudest asiatico ha età compresa tra i 12 e i 17 anni».

Quali sono le conseguenze dell’abuso?
«Le vittime di abuso sessuale hanno probabilità di incorrere in depressione, disturbi d’ansia, bassa autostima, isolamento sociale, disturbo post-traumatico da stress, abuso di sostanze e suicidio. Inoltre, esperienze di vittimizzazione durante l’infanzia incrementano il rischio di malattia mentale nella vita adulta. Secondo una ricerca da me effettuata, il 7 per cento dei bambini abusati sperimenta problemi di iperattività e attenzione, il 12 per cento problemi di interazione con i pari e l’8 per cento problemi di condotta. Infine, molti adolescenti finiscono per prostituirsi perché si autopercepiscono come privi di significato, sentono che le loro vite sono state spogliate e che non hanno più niente da perdere. Un circolo vizioso da cui la vittima non riesce più a uscire».

m.v.

4. Le sei bambole di NIM

Tentiamo di comprendere il velo attorcigliato attorno alla comunità cambogiana a partire da un’angolazione inusuale: i disegni dei bambini. Nel centro di accoglienza di Naek Loeung (una piccola cittadina ad alto tasso di povertà, collocata a 70 chilometri dalla capitale Phnom Penh), gestito dall’associazione torinese Cifa onlus, sfogliando i lavori di 85 bambini ci imbattiamo in una strana raffigurazione. È quella di Nim, 6 anni. A differenza dei compagni, che rappresentano la propria famiglia con colori vivaci e fattezze realistiche, Nim disegna sei figure rigide, più simili a bambole che a esseri umani. Corpi senza dinamismo, occhi inespressivi e contorni geometrici. Inusuale per un bambino della sua età.

Chiediamo: chi sono questi personaggi? «I miei fratelli», risponde il bambino. Niente madre e niente padre. Così, grazie all’aiuto degli operatori sociali, saliamo su uno scooter e attraversiamo la bidonville. Raggiungiamo, tra sentieri fangosi, l’abitazione di Nim. Vogliamo afferrare la corrispondenza tra la realtà e il disegno di un bambino.

La madre è sorridente, donna corpulenta e sicura di sé. La casa cade a pezzi: un pertugio di quattro metri per quattro, lamiera e paglia assemblate su un torrente di acqua sporca, probabilmente fognature. Condizioni igienico-sanitarie disastrose. Colpisce ciò che vediamo sulle scale del soppalco: “appollaiati” sui gradini stanno sei bambini immobili, uno in fila all’altro. Ci scrutano con occhi inespressivi. Più simili a bambole che a esseri umani. Parlando con la famiglia scopriamo che tra genitori e figli sussiste un clima d’amore. Le condizioni materiali preoccupano, ma si respira allegria. Ci sediamo su uno sporco tavolo di metallo. Scambiamo storie, esperienze. Nim sembra contento della visita, pure i suoi genitori.

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Chiediamo alla madre quali siano i problemi maggiori. «Nessuno», risponde. «Ci vorrebbero solo più soldi: senza denaro, i miei figli sono costretti a rimanere uguali a se stessi per il resto della vita». Poi torniamo a osservare le “sei bambole”, ancora immobili a scrutarci. Non con diffidenza, ma con assenza. Come se mancassero di prospettiva, della possibilità di un domani. Così, capiamo il significato del disegno di Nim: il trauma non è qualcosa di visibile o percepibile. Non è un “fatto”. Non è nemmeno lacrime e dolore. Non è solo una ferita fisica, sessuale o psicologica. Il trauma è l’impossibilità di essere feriti, l’assenza di identità e di possibilità. L’essere costretti a un eterno presente, a concepire la vita nelle sue proprietà materiali, trascurando quelle emotive. Il trauma impedisce di “diventare”, di sognare. Di esprimere. Appiattisce su una dimensione pratica e priva di consapevolezza. Come le sei bambole: condannate a una perenne immobilità.

Matteo Viberti

3. Chi mangia api per pranzo e non smette di desiderare

A Sihanoukville, cittadina incastrata nella punta Sudoccidentale della Cambogia, il turismo sessuale verso i minori è intenso. La località è costellata di slums (baraccopoli). Le famiglie vivono in condizioni deprecabili: padri alcolisti, madri che vendono il proprio corpo. Grazie al progetto Via del campo, gestito dall’ong torinese Cifa, molti bordelli sono stati chiusi e 85 bambini a rischio confluiscono in un centro in cui si impara a danzare, a parlare inglese, a conoscere i rischi legati agli estranei e mangiano un pasto. I bambini ridono e si dimostrano capaci di accoglienza, gioco ed entusiasmo. Restano bambini.

Abbiamo chiesto a 80 di loro di disegnare la propria famiglia. I bambini, invece di disegnare le persone, hanno dato risalto alla casa. Ogni foglio bianco, a fine lavoro, rappresentava abitazioni stupende, con tetti colorati, due piani, giardino ed enormi finestre. Le case reali, in verità, sono baracche, capanne fatiscenti con tetti che lasciano entrare la pioggia, dotate di giacigli simili a quelli dei cani. Senza contare i topi, la ruggine, il fango, l’alcol e il gioco d’azzardo. Nonostante la deprivazione, la capacità di sognare e di trasformare la realtà in desiderio nei bambini resta più viva che mai.

La seconda verità emersa riguarda i mondi interiori. Alcune famiglie mangiano api per pranzo, altre sono frammentate e lacerate dalla morte, dall’emigrazione o dalla violenza, altre ancora hanno sette bambini e senza il progetto di Via del campo rischierebbero la fame. I disegni più problematici non sono però legati alle condizioni economico-materiali della famiglia, ma alla qualità del rapporto tra i genitori. L’affetto è quindi molto più importante delle strutture fisiche in cui viene o non viene dato. Promemoria di processi interiori che trascendono le apparenze, i disegni di bambini sembrano comunicare al mondo un feroce desiderio di riscatto, un’emancipazione impossibile se qualcuno non soccorrerà Via del campo e gli altri progetti Cifa: la crisi economica italiana imperversa, il budget si contrae e i centri rischiano la chiusura. Per aiutare, si può visitare il sito Internet: www.cifaong.it.

m.v.

2. Cambogia, Phnom Penh, dove l’infanzia è stuprata

Camminare per le strade della Cambogia è come assistere al disfacimento del concetto d’infanzia: bambini lasciati a se stessi, privi di difese, vendono braccialetti e chiedono elemosina, adulti prima del tempo, facili bersagli per i pedofili. Aple Cambodia è un’associazione che si occupa di individuare gli abusatori e di consegnarli alla giustizia. Lavoriamo con loro la prima settimana di ricerca: nel piccolo e itinerante ufficio di Phnom Penh (per ragioni di sicurezza sono costretti a cambiare sede una volta al mese), dieci persone lavorano senza sosta per contrastare una piaga dalle sembianze multiformi e insidiose. Parliamo con Jenna, coordinatrice del progetto.

Qual è l’entità del fenomeno-abuso in Cambogia?
«Operativa da 10 anni, Aple ha esaminato 1.505 casi (uno ogni due giorni) che hanno coinvolto 562 bambini, consentito 258 arresti e 165 incarcerazioni. La nostra associazione rappresenta solo una delle tante realtà che tentano di contrastare il fenomeno: l’abuso sessuale sui minori è una “malattia” molto diffusa in Cambogia, assai difficile da quantificare e ancor più da estirpare».

Quali sono le cause?
«In primo luogo la povertà: famiglie di contadini, venditori di insetti, operai con paghe da un dollaro al giorno. I figli sono sovente costretti a lavorare, vendere braccialetti e cianfrusaglie per strada. Sono lasciati soli, facili esche per turisti in cerca di esperienze sessuali. Capita che i bambini vengano avvicinati con la promessa di 10 dollari in cambio di un massaggio, oppure di un giorno di raccolta della spazzatura presso il domicilio o la stanza d’albergo in cui alloggia il turista. Anche la mancanza di accesso all’informazione rappresenta un fattore cruciale per la diffusione del fenomeno».

Che cosa accade dopo l’adescamento?
«L’abusatore costringe il bambino al rapporto sessuale – completo o parziale – oppure lo utilizza per realizzare materiale pedopornografico. La vittima – abbiamo anche casi di violenze subite a un anno e otto mesi di età e per decine di volte consecutive –, se è piccola, non comprende che cosa sta accadendo. Sovente si sente in colpa, percepisce vergogna. Non parla e tiene tutto dentro di sé. Il villaggio o la famiglia possono colpevolizzarlo, reputarlo un debole. Il bambino può schierarsi dalla parte del pedofilo, perché quest’ultimo ha fornito un benessere economico altrimenti impensabile. Se l’abusatore dispone di risorse può trovare scappatoie al processo. La vittima rimane segnata per tutta la vita dall’abuso. La sua identità può essere danneggiata in modo irreparabile, con conseguenze a catena per l’intera società».

m.v.

1. Ottomilanovecento alberi di lychees

Da Alba alla Cambogia Cercheremo di raccontare, con un reportage settimanale, le differenze e le assonanze tra paesi remoti come la Cambogia e il Vietnam e una città come Alba. Partiamo da tre storie, le prime tre incontrate nel viaggio di ricerca (sul trauma infantile) in cui siamo impegnati. La prima è un aneddoto antico sulla capitale cambogiana Phnom Penh: nei pressi del campo di sterminio di Choeung Ek, nel 1980 furono riesumati ottomilanovecento cadaveri di donne, bambini e uomini. Uccisi dalla furia genocida di Pol Pot alla fine degli anni Settanta, i “giustiziati” erano accusati o sospettati di aver agito nel disinteresse del governo comunista dei Khmer rossi. Parte delle vittime era italiana. Sopra la fossa comune, sorgeva un frutteto di lychees. Il contrasto tra la perfezione violacea dei frutti e l’atrocità dei cadaveri ancora bendati è una metafora amara, che racconta la prima traccia di “identità” italiana trovata qui: quella della “vittima”.

L’intelligenza del male La seconda metafora è la storia che abbiamo ascoltato da un’associazione non governativa che lavora per scovare e punire i pedofili (cambogiani e stranieri) che atterrano in Cambogia a caccia di giovani vittime. L’aneddoto inizia con un italiano di circa 50 anni che, nei pressi della capitale, dieci anni fa comprò casa in un villaggio. Pagò tre ragazzi locali – di 12, 13 e 14 anni – affinché raccogliessero la spazzatura nel suo giardino. Circa un dollaro a testa. Nei giorni seguenti diede loro Coca Cola, dolci e vestiti. Creò un “paese dei balocchi” per bambini altrimenti costretti alla fame. Sei mesi dopo, grazie a una denuncia dei vicini, la Ong locale “scoprì” che l’uomo aveva abusato sessualmente dei bambini circa 50 volte a testa. Le conseguenze furono drastiche: una delle vittime cominciò presto a truccarsi e dipingersi le unghie, confondendo la sua identità sessuale maschile con una femminile. Gli altri divennero violenti e con problemi psichiatrici che difficilmente scompariranno. Il villaggio colpevolizzò i bambini, perché il loro status di “abusati” presumeva una debolezza di fondo, una vulnerabilità inaccettabile. La storia racconta l’intelligenza del male, che scova sempre modi per giustificare e proteggere se stesso. La seconda traccia dell’identità italiana è dunque quella del “carnefice”.

Il salvatore La terza traccia è quella del “salvatore”. È un uomo di 50 anni, nato nel nord Italia, incontrato per caso in una via di Phnom Penh. Viaggiatore solitario, gira con lo zaino in spalla e regala dollari ai mendicanti. Dice che il suo scopo è quello di “insegnare la salvezza agli insalvabili”. Ogni estate si siede con i disperati cambogiani, li porta a pranzo, insegna loro metodi di lavoro e strategie per cavarsela. Ad esempio, insegna ai guidatori di tuk tuk (motorette usate a mo’ di taxi) come contrattare con un turista straniero. Finito il suo mese di “vacanza” torna in Italia e ricomincia a lavorare.

Cose che accadono Quando raccontiamo a questo popolo saggio e sofferente da dove arriviamo, descriviamo Alba in tutte le sue caratteristiche, la fabbrica di cioccolato e le vigne, loro dicono che non importa: le tre immagini non dipendono dalle geografie, non rappresentano nemmeno eventi esterni. Ma precise identità che abitano le profondità di ciascuno: ad Alba come quaggiù, a seconda degli incontri e delle circostanze, le tre immagini possono emergere, rimanere sotterrate, mascherate, sottovalutate, negate oppure possono, semplicemente, accadere.

Matteo Viberti

Il viaggio di ricerca sul trauma infantile, organizzato in collaborazione con il Consolato vietnamita di Torino, con alcuni professori dell’Università di Torino e di Hanoi e con alcune Ong locali (Cifa onlus, Vava, Aple Cambodia), si propone di studiare due distinti fenomeni: l’abuso sessuale e la prostituzione minorile nella società cambogiana e gli effetti dell’Agente arancio (ovvero la diossina gettata dagli americani negli anni Sessanta per defogliare le foreste, un composto chimico che ancora oggi provoca malformazioni e morti premature nei bambini) in Vietnam. L’obiettivo finale è raccontare storie altrimenti dimenticate, restituire parola ai senza-parola del mondo e raccontare come la relazione madre-bambino, in queste situazioni iper-traumatiche, può delinearsi dal punto di vista psicologico. 

 

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