Le armi di Milton

Ritrovate la carabina e la pistola di Beppe Fenoglio. Le custodì in silenzio per cinquant’anni la moglie dello scrittore, Luciana Bombardi. Sono state scoperte da Margherita Fenoglio e saranno esposte nel Centro studi.

Beppe Fenoglio

La notizia – comunicata giovedì scorso in Comune – è certo clamorosa, suggestiva e dal tempismo involontariamente perfetto: a cinquant’anni dalla morte di Beppe Fenoglio, sono state ritrovate le sue armi di partigiano. Le aveva silenziosamente custodite (come per un patto, o una forma di devozione) la moglie, Luciana Bombardi, avvolte in un lenzuolo sul fondo di un vecchio armadio; dopo la scomparsa della signora, avvenuta a novembre dell’anno scorso, la figlia Margherita ha scoperto e denunciato i cimeli, avviando le necessarie pratiche legali e di disattivazione; una volta concluso l’iter legale e burocratico, sarà possibile vedere esposte le armi presso il centro studi Beppe Fenoglio di Alba, al cui direttore Giulio Parusso si deve l’annuncio della trouvaille. Non un inedito letterario, dunque, ma ciò che più vividamente rappresenta il secondo tratto della famosa «qualifica di scrittore e partigiano» che Fenoglio ha voluto fosse iscritta sulla sua lapide.

Si parla di armi, al plurale, perché sono due, entrambe di marca americana: una carabina M 1 calibro .30 fabbricata dalla Underwood e una pistola Colt 45 automatica, quest’ultima infilata in un cinturone verde di provenienza inglese, con una fondina in grado di alloggiare un’arma anche più lunga. Bastano questi dettagli per rendere improvvisamente reale, quasi tangibile, l’immagine del partigiano Beppe-Heathcliff nell’«incomparabile inverno» 1944-45: l’origine americana e la preziosità delle armi (non certo la dotazione di un qualsiasi ribelle), e il fatto che Fenoglio le abbia portate a casa alla fine del conflitto, fanno infatti pensare che siano state le ultime da lui imbracciate, nei mesi in cui ha svolto il compito di ufficiale di collegamento con la missione inglese paracadutata sulle Langhe e poi trasferitasi oltre Tanaro e in Monferrato. Una «brand-new carbine» in effetti compare in spalla a Johnny nell’Ur Partigiano Johnny, al capitolo IV: il III (perduto o non scritto) descriveva la «british mission» del maggiore Hope e del capitano Keany, che evidentemente rifornisce l’ufficiale-interprete partigiano appena conosciuto (e approvato) di carabina Postal meter, cartucce, giberne… mentre al cinturone questi inglesi portano una Colt… solo una coincidenza, o un dato autobiografico? Ora i biografi e gli storici hanno a disposizione un nuovo documento; ma certamente anche gli studiosi e tutti i lettori di Fenoglio non potranno fare a meno di ripercorrere le sue pagine con una nuova attenzione alle occorrenze delle armi da fuoco. Paolo Rastelli, redattore di questo giornale ed esperto di storia militare, ha subito ricollegato l’accoppiata carabina-colt all’equipaggiamento del partigiano Milton di Una questione privata: una descrizione dettagliata delle armi avviene nel capitolo VII, quando Milton si presenta ai garibaldini di Hombre con la sua «carabina americana» calibro «otto» (lo .30 inch corrisponde a 7,62 millimetri), che però la sentinella della brigata, desiderosa di un’arma migliore del suo moschetto, disprezza rispetto allo Sten perché «quella non fa le raffiche e son le raffiche che piacciono a me»; ma un altro del gruppo non può fare a meno di ammirare la Colt del badogliano Milton, invidiato perché beneficia dei lanci alleati: «E quella è la Colt. Prendete la foto alla Colt. Non è una pistola, è un cannoncino. È più grossa della Llama di Hombre. È vero che spara i medesimi colpi del Thompson?». È così. E lo stesso Milton, nel capitolo X, minacciando il suo effimero prigioniero, gli dice: «Tu non l’hai veduta, ma in mano ho una Colt. Sai che buchi fa la Colt?».

Una Colt e una carabina potrebbero essere «le armi» che Ettore, protagonista de La paga del sabato, ha «portato a casa dalla guerra»? Quelle che sua madre gli chiede di vendere per ricavare qualche soldo utile, ma che «l’armaiolo di via maestra» non compra perché «sono troppo grosse, dice che non sono commerciali»? È forse una Colt, la pistola che Ettore usa per «lavorare» con il gangster Bianco, per minacciare il vecchio fascista che muore di paura? La profonda crisi del reduce sperimentata da Ettore la prova anche Fenoglio nella vita vera; ma Beppe sceglie, per risolverla, tutt’altro strumento – una macchina per scrivere (per scrivere di Ettore, che invece spara). La violenza delle armi finisce sulla carta: e quando i suoi amici, i più intimi, leggeranno i racconti dei Ventitré giorni della città di Alba, si sorprenderanno, non sapranno capire come una persona così ricca di umanità e nobiltà d’animo, vocata alla gentilezza e alla poesia, possa produrre una «struttura di violenza pietrificata nella brutalità che uomini e cose prendevano uscendo dalle sue mani» (Pietro Chiodi). Difficile, in effetti, immaginare l’uomo elegante e intelligente dei ritratti di Aldo Agnelli allacciarsi un cinturone verde, caricare un fucile, sparare ad altri uomini e vedersi sparare…; difficile del resto, per chiunque, immaginare «l’ultima cosa immaginabile, la guerra».

Non risulta che Beppe Fenoglio abbia ucciso in guerra, ma, come fa dire a un suo personaggio che si compara a chi ne ha uccisi «due o tre a testa», il futuro autore di Primavera di bellezza si è «esposto tanto quanto loro».

Quando era allievo ufficiale a Ceva, nella primavera del 1943, Fenoglio scriveva ironicamente a un amico, parafrasando un successo di Tommy Dorsey: «Mi sto pericolosamente affezionando ai mortai. I’m getting sentimental over mortars. Credo che a guerra finita dovrò comprarmene uno di seconda mano». Oggi sappiamo che sono state altre, le armi che, forse sentimentally, si è portato a casa – per non usarle mai più, e attraverso la scrittura mostrare agli altri (è ancora Chiodi) «lo stupito orrore della morte data e subita».

 Edoardo Borra

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