Torino nel caos per la protesta dei forconi: il racconto di Gazzetta d’Alba

In macchina, da Alba diretti verso Torino, impieghiamo due ore buone. Le rotonde sono bloccate dai camionisti che distribuiscono volantini. La tangenziale un ingorgo. Una volta arrivati in centro, il finimondo. Artigiani, commercianti, ambulanti, tassisti, autotrasportatori, giovani disoccupati e frange ultrà del tifo sportivo. Tutti uniti sotto l’egida del “Movimento dei forconi”. Bloccano il Paese per indignazione e opposizione a un establishment politico ed economico indifferente alla sofferenza sociale.

protesta-forconi-dicembre2013bArriviamo a piedi in piazza Castello, di fronte al Palazzo della Regione. Lo scenario è bellico: il fumo dei lacrimogeni, il lancio di oggetti, le grida. Parliamo con Marco, 27 anni, neolaureato di Architettura: «Combattiamo contro la Polizia perché rappresenta il potere, i politici che hanno causato la nostra situazione. Nessuno dei miei compagni, dopo un anno dalla laurea, ha trovato un lavoro. I più fortunati vengono pagati 400 o 500 euro al mese. Questo dovrebbe bastare come giustificazione alla protesta».

Cerchiamo di raggiungere Porta Nuova, ma non riusciamo. I bus sono bloccati da barricate umane. I negozi sono chiusi: tabacchini, bar, librerie. A un certo punto esplode un grido di gioia. La Polizia, per stemperare la tensione, si toglie il casco. I cittadini esultano. Incontriamo Adele, una madre di 33 anni, che spiega: «Non condivido la violenza. C’è chi dice che dietro a questo assalto ci siano gruppi di fascisti. Hanno rovinato la manifestazione». Vediamo molti ragazzi albesi tra i ranghi del corteo. Non riusciamo a raggiungerli, il clima è teso. Ci comunicano che il circondario di Torino, tangenziali e autostrade, è blindato. Sembra di essere in un grande laboratorio, con oggetti fumanti, agitazione, caos. Un laboratorio di esasperazione e cambiamento. L’ultimo che incontriamo è un autista di tram. Fermo a un incrocio, senza passeggeri a bordo. Attende lo sblocco delle strade. Dice: «Questo è quello che succede quando la gente non vede un domani».

Matteo Viberti

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