Bruno Caccia, questo è il tempo della verità

I figli del magistrato ucciso a Torino  nel 1983 puntano a far riaprire il caso

Il procuratore Bruno Caccia  in un’immagine fornita dalla famiglia
Il procuratore Bruno Caccia
in un’immagine fornita dalla famiglia

CERESOLE Il primo delitto di mafia al Nord, negli anni del post-terrorismo, quando le indagini sul casino di Saint Vincent stavano per eruttare un verminaio indicibile. Per la morte di Bruno Caccia, procuratore capo della Repubblica di Torino, ucciso sotto casa con 17 colpi di pistola il 26 giugno del 1983, un boss della ’ndrangheta “settentrionale”, Domenico Belfiore, è stato condannato all’ergastolo come mandante, ma i sicari non si sono ancora trovati. A oltre trent’anni dall’omicidio, Guido, Paola e Cristina, i figli del magistrato sepolto a Ceresole, hanno depositato una denuncia al Tribunale di Milano, che chiama in causa, indicando piste e nomi precisi, le più sconcertanti connessioni italiane, da Cosa nostra ai servizi segreti. Ne parliamo con Paola Caccia.

Come ha vissuto la sua famiglia la tragedia dell’omicidio di suo padre, Paola?

«Siamo rimasti scioccati, chiusi a lungo nel nostro dolore. Abbiamo cercato di superare la tragedia, trasmettendo ai nostri figli i valori in cui credette mio padre. A lungo non ci siamo interessati alle indagini. Avevamo fiducia totale nella magistratura. Solo in seguito, dopo il processo che si è chiuso nel 1992, abbiamo iniziato a interrogarci, mia madre per prima, sui molti temi a cui la sentenza non aveva risposto, e a cercare di capirne le ragioni. Devo ammettere, dopo aver letto gli atti, molta sorpresa per il modo con cui è stato condotto il processo. Purtroppo, temo siano state nascoste alcune verità. Per questo, anche grazie al sostegno di Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, abbiamo preso coraggio e stiamo cercando di far riaprire il caso. Fin qui conosciamo solo il volto del mandante dell’omicidio di mio padre, il boss della ’ndrangheta Domenico Belfiore, ma non quello di chi lo ha ucciso».

Quali sono i nuovi elementi sui quali chiedete di indagare?

«L’avvocato Fabio Repici, esperto nei processi di mafia, con la consulenza del magistrato Mario Vaudano, ha depositato una denuncia presso la Procura di Milano in cui si indica la pista da seguire: l’indagine sul casino di Saint Vincent, che mio padre aveva fatto perquisire proprio nel mese precedente la sua morte, e che avrebbe svelato come al casino venissero riciclate ingenti somme di denaro proveniente da attività criminali. Rileggendo il fascicolo processuale ci si rende conto che molti elementi sono stati inspiegabilmente trascurati dal titolare dell’indagine, il pm Francesco Di Maggio».

Proprio intorno ai casino italiani ruotavano forti interessi criminali.

«Grazie al lavoro dell’avvocato Repici siamo arrivati a ipotesi sulle quali, a nostro avviso, occorre indagare, a partire, ad esempio, dalla falsa rivendicazione dell’omicidio operata dalle Brigate rosse, il cui testo è stato trovato in casa di un mafioso».

Belfiore non avrebbe quindi avuto il ruolo che gli è stato attribuito?

«È stato condannato un “pesce piccolo”, senza andare oltre. Ci sono dettagli importanti, lasciati cadere nel processo, e per questo confidiamo nella riapertura delle indagini, che ci è stata negata lo scorso anno. Lo sentiamo come un dovere in quanto familiari e cittadini. Forse è stata occultata la verità».

Paola Caccia
Paola Caccia

Ha ancora fiducia nella magistratura?

«Sì, ho ancora fiducia. Ma devo ammettere che mi aspettavo un altro tipo di impegno da parte della Procura di Milano e dei colleghi di Torino per il raggiungimento della verità. Un maggiore coraggio nel pretenderla, un dovere verso un uomo coraggioso come mio padre che, ai tempi del terrorismo, quando la paura era una costante per noi, ci raccomandava: “Se mi rapiscono non venite a patti”».

Maria Grazia Olivero

Paola: mio padre era un uomo sereno, positivo, allegro, anche se rigoroso

Paola Caccia è stata ospite del Lions Roero a Canale, nei giorni scorsi.  Alla sua sinistra, il presidente Gianni Marocco
Paola Caccia è stata ospite del Lions Roero a Canale, nei giorni scorsi.
Alla sua sinistra, il presidente Gianni Marocco

Come ricorda suo padre, Paola?

«Mio padre non parlava del suo lavoro in famiglia. Abbiamo conosciuto il magistrato dopo la sua morte, grazie ai suoi sostituti, che
ci sono stati molto vicini. In casa era un uomo positivo, ottimista, allegro, sereno, anche se rigoroso sulle questioni importanti. Amava l’orto, lo sport, la natura. Gli piaceva mettersi in gioco, giocava a bridge ogni settimana con gli stessi amici. A noi figli ha sempre dato fiducia, esigendo sincerità, ma lasciandoci liberi di seguire le nostre inclinazioni.

Bindi: saremo vicini alla famiglia Caccia

LO SPIRAGLIO  La Commissione parlamentare antimafia sta riaprendo alcuni casi di omicidi irrisolti sui quali si staglia l’ombra della mafia.   Il 28 ottobre, in audizione a Messina, la presidente Rosy Bindi ha assicurato, tra l’altro, parlando di Bruno Caccia: «Tra i nostri compiti c’è anche quello di far sentire la vicinanza alle vittime della mafia. Sosterremmo la famiglia Manca e sosterremo Sonia Alfano. E saremo vicini anche al percorso di ricerca della verità sull’omicidio del giudice Bruno Caccia».

La Commissione ha infatti sentito l’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del procuratore capo di Torino ucciso nel 1983. Secondo Repici, che ha presentato un dettagliato dossier, chiedendo una seria riapertura delle indagini, il delitto del magistrato si lega con le vicende messinesi sulle quali il legale è impegnato. Tra gli informatori dei servizi segreti mobilitati subito dopo il delitto, ad esempio, ci sarebbe anche il barcellonese Rosario Pio Cattafi, ora al 41 bis.

Rocco Sciarrone:  le mafie sono al Nord e pure Cuneo e Alba rischiano

“Parliamo con Rocco Sciarrone. Sociologo, docente all’Università degli studi di Torino e autore del libro Mafie al Nord (Donzelli editore, 2014), il 31 ottobre è stato a Cuneo, ospite dell’associazione Libera, per presentare il suo lavoro di ricerca.

La mafia al Nord: soltanto un timore oppure una presenza reale, professore?

«La mafia del Nord Italia è un fenomeno reale e di vecchia data. Riscontriamo tracce soprattutto in Lombardia, ma anche in Piemonte. Il Canavese è il luogo più “colpito”, con una forte presenza della ‘ndrangheta calabrese».

Quali forme può assumere il fenomeno?

«Sovente si tratta di movimenti che intaccano la sfera del legale, comunicano con essa, ne dissolvono i confini. Più che ruberie e palesi atti delinquenziali, la mafia al Nord scalfisce il tessuto imprenditoriale e politico, tentando di infiltrarsi e di controllarlo. Ad esempio, nel mondo dell’edilizia, delle amministrazioni comunali, delle società partecipate.  La mafia s’innesta con maggiore facilità laddove preesistono pratiche illegali, oppure dove è presente una vulnerabilità economica e sociale a livello di contesto. Dobbiamo cambiare quindi la prospettiva tradizionale: la mafia non contagia un tessuto, non rappresenta un agente patogeno esterno che arriva da fuori e agisce. Si tratta di un processo complesso che s’installa laddove trova un ambiente “accogliente”».

Quindi anche una provincia come Cuneo e una città come Alba rischiano di veder sviluppare queste forme criminali?

«Cuneo e Alba sono luoghi storicamente considerati “protetti”, ovvero più resistenti all’installazione di fenomeni mafiosi. Vuoi per la solidità del tessuto di valori etici, vuoi per le eccellenze imprenditoriali e sociali. Ma proprio queste eccellenze possono essere punto di attrazione per organizzazioni criminali, come avviene in Brianza. Non dimentichiamo infine che la relativa tranquillità della Granda ha fatto sì che il territorio divenisse sovente rifugio di latitanti».

Come si può contrastare il fenomeno?

«Tenendo alta la guardia, monitorando costantemente i punti più sensibili dell’apparato economico e istituzionale. Sovente il mafioso, per agire come tale, deve rendersi riconoscibile. Ha dei punti di vulnerabilità, dobbiamo imparare a riconoscerli».
 Matteo Viberti

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