Giornata della memoria: intervista a Renato Salvetti, deportato a Mauthausen

DOGLIANI «59.138, Neun und fünfzig tausend, hundert acht und dreißig». Non sono bastati 71 anni al doglianese Renato Salvetti per dimenticare come si pronunci in tedesco il numero che i nazisti gli incisero sulla divisa, tre giorni dopo aver varcato la “Porta Mongola” di Mauthausen. Ultimo sopravvissuto piemontese all’unico campo di concentramento di “classe 3” come campo di punizione e annientamento attraverso il lavoro, Renato ha provato a dimenticare. Ci ha provato per 30 anni, ogni giorno in cui ha eluso le domande sul suo periodo di prigionia, ogni notte sperando di non essere svegliato, alle 4 e 30, da un crudele kapo.

Renato Salvetti 3

Non ci è riuscito: «Nel 1975 per la prima volta ho parlato a mia moglie di ciò che vissi nel campo di concentramento austriaco, fu come abbattere una diga e da quel giorno capii che il silenzio non serviva, dovevo raccontare, dovevo fare in modo che i giovani non dimenticassero ciò che abbiamo vissuto». Nel 1975, nel teatro di Dogliani, racconta per la prima volta la sua storia e ancora oggi, a quasi 92 anni, nonostante gli acciacchi, continua a partecipare a convegni e a portare la sua testimonianza nelle scuole. «Io vivo per questo, voglio raccontare la mia storia perché non venga dimenticata. Per me è un dovere».

Una storia che comincia la notte della vigilia di Natale del 1943. Renato ha 19 anni, dopo l’armistizio si è aggregato a un gruppo di partigiani e con trentotto di loro viene catturato a San Giacomo di Roburent. Vogliono farlo parlare, ma lui odia le armi e non ha crimini da confessare. Viene portato a Mondovì, poi a Cuneo e a Torino. Vive tre mesi di sevizie e maltrattamenti, poi, il 12 marzo 1944, stipato in un carro bestiame parte dal binario 19 della stazione di Porta Nuova per Bergamo. Otto giorni dopo, il 20 marzo, arriva a Mauthausen. Renato, nato a Monesiglio il 6 novembre 1924 non ha ancora 20 anni. La prima cosa che vede è il camino, il primo ricordo: la puzza sgradevole che diventerà presto famigliare.

Renato Salvetti 1

«Mi hanno spogliato nella neve e picchiato per la prima volta. In seguito mi hanno rasato. Era il marchio distintivo dei deportati di Mauthausen, la cosiddetta “autostrada”, al contrario di altri campi di concentramento all’interno dei quali veniva tatuato il numero di riconoscimento ». Non c’è tempo da perdere e Renato viene condotto nella cava della morte: «Si dovevano scendere 187 scalini e risalire con delle grosse pietre, continuamente colpiti dai kapo tedeschi. Una volta portate alla sommità, le pietre venivano lavorate e poi vendute. A metà salita, quella che veniva chiamata “La parete dei paracadutisti”: intorno a tre laghetti profondi circa quattro o cinque metri venivano condotti gruppi di venti persone che venivano gettate a morire annegate oppure finite da un colpo di pistola. I cadaveri venivano buttati sulla “carrozza azzurra” e portati via. C’erano cataste di morti, ogni giorno. Quelli che tentavano di fuggire venivano ripresi e appesi come animali, ai ganci da macellaio. Si moriva di stenti, di dolore, di disperazione, di diarrea. Ci svegliavano alle 4 e mezza, seguivano tre ore di appello e poi nella cava per dodici ore, fino a sera. C’era l’appello anche alla sera e venti minuti per ammazzare i pidocchi. Ogni pidocchio trovato: venti fustigate. Era una tortura continua. Si divertivano a vederci morire così».

Una routine tremenda a cui il ragazzo resiste solo pensando alla propria casa e alla mamma. Il 27 gennaio i russi entrano ad Auschwitz, ma quella che per molti diventa la data della liberazione per i prigionieri di Mauthausen è solo un giorno di morte, anzi negli ultimi mesi la situazione si aggrava ulteriormente perché i nazisti sono decisi a non lasciare testimoni. «Il 5 maggio 1945, alle 17.15, si apre il portone ed entrano quattro camionette. Erano gli americani. Sono scappato, a Linz; sono entrato in uno zuccherificio e ho iniziato a mangiare zucchero come fossi un bambino». Renato pesa 29 kg quando rientra in Italia con un treno diretto a Moncalieri. Dopo alcuni giorni di quarantena torna ad Alba, è il 25 giugno. Mentre attraversa il Tanaro, qualcuno gli confida che la madre è morta nel bombardamento di Dogliani. «Nonostante tutto quello che ho passato, questo è stato il dolore più grande della mia vita», commenta Renato che dopo diciassette mesi nell’ospedale di Alessandria e ventitré presso l’ospedale dell’ordine sovrano militare di Malta a Roma trova un lavoro e conosce Angela, la compagna di una vita, fino al 2011. «Era tutto per me: compagna, madre e amante carissima. Non voleva che tornassi a Mauthausen, aveva paura che mi succedesse qualcosa, ma io dovevo rivedere quel luogo», conclude Renato Salvetti che nel 1997 ha rivisto i forni di Mauthausen, alla volta del quale partirono da Bergamo in 563, per tornare in 49.

Marcello Pasquero

 

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