Montelupo, 16 gennaio 1944

RACCONTO Dal Bundesarchiv tedesco le immagini del rastrellamento
Facce livide di uomini con i documenti in mano, soldati che osservano quasi divertiti una doppietta da caccia o che prendono la mira con il loro Mauser: una serie di 18 immagini che riportano Montelupo al 16 gennaio 1944. Le trovò 15 anni fa lo storico Carlo Gentile (vedi l’intervista sotto), all’archivio di Stato tedesco, il Bundesarchiv; ora sono disponibili, grazie a Internet, su impulso di Luciano Marengo, preside del liceo classico albese, e Lodovico Foglio. Una copia è conservata all’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea di Cuneo.

Quella domenica la Messa delle 11 è finita da poco, alla Tagliata, nella trattoria si ritrova un embrione di gruppo partigiano garibaldino, che fa capo al tenente Zucca, inviato dalle formazioni in montagna. In poco tempo il paese è circondato dalla prima compagnia del settimo Luftwaffen-Jäger-Bataillon ZbV (la sigla sta per incarichi speciali), un’unità di punizione, che inizia a perquisire ogni casa. I giovani e gli uomini del paese vengono radunati nella frazione. Qualcuno riesce a darsi alla macchia, uno è colpito in modo grave da una fucilata. Accorre l’energico parroco, don Carlo Castella, che si prende cura del ferito e riesce – questo è il suo racconto – a far desistere i tedeschi, con i quali c’è anche il «dottor Berger», capo della polizia politica di Saluzzo, dall’ordine di bruciare le case. Anche uno sfollato, Ernesto Manfredini, «il re dell’ottovolante», che sa il tedesco. Nelle aie si cerca di mettere in salvo masserizie e cibo, arrivando a liberare gli animali, com’è ricordato in alcune testimonianze del libro Montelupo Albese-Storie ritrovate di una comunità, edito dal Comune nel 2009.

Tra gli avieri della Luftwaffe c’è anche un ragazzo di 19 anni, che a Montelupo è di casa. Si chiama Aldo Bormida e studia al Politecnico. Morirà il 30 gennaio a Borgo Podgora, in combattimento contro gli americani. È noto come il primo caduto della Rsi al fronte.

Verso sera i tedeschi risalirono sui camion portando con loro, destinazione le carceri di Saluzzo, diversi uomini, per lo più «forestieri». Tra loro anche uno dei più celebri filosofi italiani del ’900, Ludovico Geymonat, nella Resistenza fin dai primi tempi dopo l’8 settembre, e Mario Goffi, che lo accompagnava, destinato, secondo quanto riporta Michele Calandri, alla deportazione in Germania. A Montelupo la guerra è appena cominciata.

Paolo Rastelli

Sul numero di Gazzetta in edicola, attraverso le interviste a Carlo Gentile e a Fabio Minazzi, ulteriori approfondimenti sul rastrellamento di Montelupo e il ruolo del filosofo Ludovico Geymonat nelle Langhe.

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