La Doc Piemonte dev’essere una cosa seria

VINO Quando, negli anni Ottanta, Renato Ratti aveva ideato la sua piramide qualitativa per il vino piemontese non aveva certo pensato a una Doc Piemonte che fosse il ricettacolo dei vini rifiutati dalle denominazioni superiori. Per lui la Doc Piemonte era una “denominazione di territorio”, i cui vini potevano essere fatti utilizzando uve dello stesso vitigno provenienti da diverse aree del Piemonte. Nel suo progetto era contemplato anche il cosiddetto “declassamento” da una Doc superiore a questa di base, ma solo in casi problematici. Nella sua strategia, i vini destinati a denominarsi “Piemonte” dovevano nascere dal vigneto o come assemblaggio di vini “riclassificati” in una fase molto vicina alla vinificazione.

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La vendemmia della Barbera sulle colline attorno ad Alba.

Molti spazi di manovra. Spesso, le scelte dei produttori – piccoli e grandi che siano – hanno seguito l’indicazione di Ratti, ma l’applicazione concreta della Doc Piemonte (che risale al 1994) ha lasciato ampi spazi di manovra. Così capita, nelle degustazioni ufficiali, di trovarsi di fronte a bottiglie, classificate come “Piemonte”, che evidenziano bassi livelli qualitativi. E se lo sottolinei, ti senti spesso rispondere che «in fin dei conti è solo una Doc Piemonte», come se questa denominazione meritasse un’attenzione inferiore alle altre. Dal punto di vista normativo, sempre di Denominazione di origine si tratta e, come Doc, nulla possiede di inferiore rispetto a una Barbera d’Alba o a una Freisa d’Asti.

In un recente convegno svoltosi alla Cantina produttori di Vinchio, il presidente del Consorzio del Barbera d’Asti Filippo Mobrici ha ricordato, non senza preoccupazione, come in pratica il 25% del vino Barbera rivendicato ogni anno come Barbera d’Asti venga, nei mesi e anni successivi, riclassificato come Piemonte Barbera anche se avrebbe la struttura e la tipologia del vino Docg. Sono, quindi, le ragioni di mercato che determinano questo passaggio tra denominazioni e tutto ciò rischia di impedire al Piemonte Barbera di acquisire una sua tipologia condivisa dal consumatore.

L’esempio di Vinchio. La stessa Cantina di Vinchio, consapevole di questi gravi rischi, ha varato nella vendemmia 2015 un progetto finalizzato ad avviare dal vigneto la produzione del Piemonte Barbera. A ispirarlo è stato l’enologo Giuliano Noè, che da tempo si occupa di Barbera e collabora con la cantina astigiana. La sua ipotesi percorre strade molto semplici, legate a ciò che può dare il vigneto. Si tratta di individuare le vigne che non sono in grado di dare produzioni di grande struttura e orientarle al rispetto delle norme del disciplinare del vino Piemonte Barbera. Se la Barbera d’Asti ha una resa per ettaro di 90 quintali di uva, il dato cresce con la Doc Piemonte Barbera fino a 120 quintali.

È, quindi, controproducente rivendicare Barbera d’Asti Docg e poi riclassificarla a Piemonte Barbera Doc. Non è solo una questione economica, ma anche di tipologia di prodotto: se produci un vino con l’obiettivo che sappia resistere al tempo, è difficile che sia gradevole per un consumo giovane. A prima vista, possono sembrare considerazioni ovvie, ma non è così. Nella realtà, i casi concreti di successo di vini, progettati nel vigneto e orientati al mercato, sono lì a confermarlo.

Giancarlo Montaldo

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