Politici senza vincolo di mandato e senza rispetto dei cittadini

Gentile direttore, leggo che ancora una volta l’onorevole Mariano Rabino ha cambiato casacca, uscendo da Scelta civica in cui era stato eletto, per aderire a un altro gruppo.
Non me ne voglia Rabino, ma trovo disdicevole un Parlamento dove i balletti da un partito all’altro sono la norma. E non mi tirino fuori la storiella che sono eletti “senza vincolo di mandato”, perché prima della Costituzione ci dovrebbe essere la coerenza morale delle persone. Correttezza vorrebbe che un politico desse le dimissioni qualora si accorgesse che un partito gli sta stretto, riaffidandosi alla volontà dei cittadini nella successiva tornata elettorale. Invece i parlamentari fanno di tutto per dare l’impressione che pensino alle loro poltrone piuttosto che al rispetto degli elettori e del bene comune.
Paolo VI diceva che la politica è la più alta forma di carità (probabilmente pensava a uno Sturzo, un De Gasperi o un La Pira), ma trovo che oggi la politica sia la più alta forma di egoismo.
Andrea O., Alba

Sono troppe cinque sigle sindacali per difendere i diritti dei dipendentiIn realtà, come ha precisato l’onorevole Rabino, egli non ha lasciato il partito, di cui resta «vicesegretario nazionale e responsabile organizzazione ed enti locali di Scelta civica». Penso, però che valga la pena riflettere sull’articolo 67 della Costituzione, che recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». I padri costituenti non l’hanno inserito a cuor leggero e, d’altra parte, in quasi nessun Paese del mondo esiste tale vincolo.
Qual è la ragione? I parlamentari non rappresentano un partito o un gruppo, nemmeno i singoli elettori, con i quali non hanno stretto un contratto. Il motivo è ben sintetizzato da Edmund Burke, “inventore” del libero mandato nel 1774: «Il parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale».
È un principio base della democrazia rappresentativa. E qui sta il vero problema: il corporativismo, gli interessi di parte rispetto al bene comune, fino ad arrivare all’individualismo degli interessi singoli degli stessi parlamentari, che porta ad abusare del principio fino ad arrivare al trasformismo.

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