Il salesiano Meco che aiuta i ragazzi a tornare a volare

Il salesiano Meco che aiuta i ragazzi a tornare a volare

ALBA Il cappellano dell’Aporti e la sua esperienza nel libro di Lomunno
Domenico Ricca, don Meco per tutti, porta avanti la sua missione da 37 anni, da quando nel 1979 accettò di lasciare l’oratorio salesiano Valdocco per diventare il cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti di Torino. Parlare ai giovani con naturalezza e creare uno spazio educativo e di crescita è stata la sua scommessa. Marina Lomunno, redattrice di La Voce e il Tempo e corrispondente di Avvenire, ha raccolto la lunga esperienza di don Meco in un libro-intervista, edito da Elledici: Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti. I ricavati delle vendite saranno utilizzati per borse di studio e lavoro a favore dei ragazzi. È stato presentato venerdì scorso nell’oratorio di Cristo Re nell’ambito di “Valelapena?” promosso dall’associazione Arcobaleno con la collaborazione dei Garanti dei diritti dei detenuti di Alba e del Piemonte.

Spiega Marina Lomunno: «Abbiamo molti pregiudizi sui ragazzi del carcere, ma varcata quella soglia si scopre che sono come tutti gli altri. Il carcere minorile è l’estrema soluzione per quei casi considerati più difficili e irrecuperabili; ma a parte rare eccezioni sono giovani cresciuti ai margini della società, vittime di situazioni che li hanno portati a delinquere. Don Bosco, visitando il carcere minorile torinese, elaborò il suo sistema preventivo e l’oratorio. Per questo il cappellano del Ferrante è un salesiano».

«Non è un libro sulla mia vita», comincia don Meco, «ma la storia dei giovani e dell’evoluzione del Ferrante e, con esso, di Torino». Ma chi sono i detenuti del Ferrante? «Sono circa quaranta, soprattutto maschi, con un’età anche superiore ai vent’anni, in base alla nuova legge penitenziaria. La maggior parte hanno commesso reati contro il patrimonio e circa la metà sono stranieri».
Continua don Ricca: «I ragazzi sono cambiati rispetto agli anni ’70, quelli fuori e quelli dentro il carcere. Mi piace definirli aspri fuori e dolci dentro, non tollerano le lunghe prediche, è sufficiente uno sguardo o un piccolo gesto per capirli. Mi sono comportato con ognuno di loro nello stesso modo in cui avrei fatto con qualsiasi coetaneo là fuori».

Una figura, quella del cappellano, che travalica la religione: «Ho cercato fin da subito di essere molto laico. Sono un salesiano ma sono anche un dipendente del Ministero, un uomo delle istituzioni. Ho voluto presentarmi come il cappellano di tutti, dalla parte dei giovani ma senza creare contrapposizioni, con le guardie per esempio». E spiega: «Non meno importante il sostegno ai genitori, che tendono sempre a colpevolizzarsi, il percorso rieducativo va intrapreso insieme».
Don Ricca conclude in schiettezza ma con sguardo rivolto al futuro dei suoi ragazzi: «Molto spesso mi chiedono se ho mantenuto un rapporto con loro dopo il carcere, io rispondo sempre che, una volta usciti, devono trovare la loro strada e crescere. E se questo vuol dire dimenticare quella fase triste della loro vita, la riconoscenza verso di me passa in secondo piano. Il nostro compito non è creare persone dipendenti: i giovani devono essere lasciati liberi di volare».

Francesca Pinaffo

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