Maggiani, Maestro di Bere il territorio: «La soluzione è il racconto»

Maggiani, Maestro di Bere il territorio: «La soluzione è il racconto»

L’INTERVISTA Il premio letterario ha scelto lo scrittore come Maestro 2017
«Non preparo discorsi in anticipo: un bravo narratore trova la storia negli sguardi che incontra». Nato in un borgo in provincia di La Spezia, Maurizio Maggiani è un autore che crede nella forza innovativa di ogni vicenda umana e nell’importanza di raccontarla. È il filo conduttore dei suoi libri, grazie ai quali negli anni ha ricevuto riconoscimenti importanti: dal Campiello per Il coraggio del pettirosso allo Strega per Il viaggiatore notturno. Nel suo ultimo lavoro, Il romanzo della nazione, ha ricostruito la storia d’Italia dal Risorgimento, attraverso un vortice di personaggi e di episodi. Nelle vesti inedite di Maestro, è arrivato ad Alba sabato scorso, per il concorso letterario nazionale Bere il territorio, organizzato da Go wine. In una gremita sala Beppe Fenoglio, sono stati premiati i vincitori, tra i quali il giornalista di origine albese Gigi Padovani, con L’arte di bere il vino, per la sezione speciale dedicata ai libri incentrati sul mondo dell’enologia.

Maggiani, che cosa significa per lei essere ad Alba?
«Significa aver percorso 350 chilometri da Est a Ovest, da un paesaggio vitivinicolo a un altro. Ho deciso di trasferirmi in tarda età in Emilia-Romagna, dove vivo immerso in una grande vigna di Sangiovese. Ho osservato il paesaggio delle Langhe come si guarda a una benedizione del Signore: la vigna è il segno di una terra dove ci si può fermare, vivere e prosperare. In questi termini non intendo l’accumulare capitale, ma il riuscire a vivere la propria esistenza in modo fertile».

Come scrittore, come valuta il ruolo della letteratura nella società?
«Francamente non credo che la letteratura in sé possa avere un ruolo nel mondo. Le grandi civiltà del passato hanno dato il massimo delle loro capacità letterarie in momenti storici di grande depressione e non per questo si sono salvate. Al contrario, ciò che ha una grande forza è la narrazione, intesa come flusso continuo e ininterrotto della memoria. È l’unico modo per evitare di galleggiare nel vuoto».

Che cosa intende con quest’espressione?
«Galleggiare nel vuoto di storia, di memoria e di coscienza. Come tutti i diciottenni di ogni generazione, ho avuto il desiderio di allontanarmi dalla mia gente e dal mio paese, inseguendo una strada che andava in tutt’altra direzione. Mi sono sentito adulto nel momento in cui sono diventato abbastanza libero da potermi voltare indietro e guardare da dove venivo e da chi venivo. Si tratta del sentimento di appartenenza. Da quel momento ho potuto continuare ad andare avanti: essere cittadini del mondo è una bella cosa, persi nel mondo è terribile».

La soluzione è il racconto, dunque?
«Certamente. Le culture sono progredite finché il filo narrativo delle loro vite e delle loro vicende non si è interrotto. Le storie senza le vite sono cumuli di macerie e oggettistica alla rinfusa, anche se di valore talvolta. Sono le vite di ognuno a fare la storia, in ogni istante e in modo impercettibile».

Come sarà raccontata la nostra epoca tra 50 anni?
«Non possiamo dirlo, perché non possiamo saperlo. È impossibile guardarci dall’alto, ma dobbiamo limitarci al presente. Il destino – volendo – possiamo costruircelo giorno per giorno. Per esempio, chi è partito dal deserto del Maghreb, è salito su un barcone e oggi è in Italia, sta tentando di costruirsi un destino e forse un anno fa vedeva questo futuro come inimmaginabile».

Il destino si può sempre cambiare?«Dipende da cosa decidiamo di fare nella nostra vita: tutelarci nella servitù o azzardare nella libertà?».

Lei che cosa ha scelto, Maggiani?
«Sono nato in una famiglia di contadini molto poveri, senza mai percepire la nostra condizione come sinonimo di servitù. Me lo ripeteva sempre mio nonno, nel suo dialetto a metà tra ligure, lombardo, emiliano e toscano. Sono stato educato ad azzardare, sempre».

Francesca Pinaffo

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