Scopriamo le origini dell’imprecazione piemontese Bòia fàuss

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Bòia fàuss: Boia falso, esclamazione di stupore o rabbia

Bòia fàuss, bòia sassìn, bòia ‘mpestà. L’abbiamo sentita al mercato, nei negozi, per strada; probabilmente è già scappata anche a noi per esprimere sfumature di stupore, di rabbia o per darci appuntamento in un noto birrificio albese. Ma perché in Piemonte siamo soliti usare l’espressione «Bòja fàuss» per sottolineare un’emozione o un episodio un po’ particolare?

Se alcuni sostengono alla veloce che si tratti di una sorta di eufemismo surrogato alla bestemmia, ecco che ad altri è più cara la storia che ha origine dal vero e proprio giustiziere piemontese: il boia.

Per capire meglio questo termine, che tutto vuol essere fuorché volgare, dobbiamo fare un salto nel passato di circa 150 anni. Si tratta di una figura non particolarmente apprezzata: Pietro Pantoni, l’ultimo boia di Torino. Quest’uomo svolse l’incarico di carnefice per i Savoia sino al 1889, anno in cui venne abolita la pena di morte nel Regno d’Italia.

Il luogo stabilito per le esecuzioni è sempre stato il Rondò della Forca, il cui nome non lascia spazio a troppe interpretazioni: un luogo perfetto perché vicino alla prigione, a via Corte d’Appello e, circondato da grandi alberi che rendevano l’atmosfera più tetra, poteva ospitare un gran numero di persone per assistere all’impiccagione.

I boia, nonostante percepissero un lauto stipendio, non erano affatto ben voluti dal resto della popolazione. I cittadini, infatti, erano soliti evitarli o insultarli, i negozianti erano restii nel servirli e, quando erano costretti a farlo, lavavano le monete per purificarle.

Pantoni, quindi, si dovette accontentare di una vita solitaria, con la moglie segregata in casa nell’alloggio di via Bonelli 2, perché riconosciuta come la «donna del boia». Il popolo infatti trovava inaccettabile che una persona potesse guadagnare denaro, uccidendo altri uomini. Ecco perché i boia vennero definiti «Fàuss», ossia falsi.

Paolo Tibaldi

 

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