La condanna di Schirippa apre nuovi scenari sull’omicidio Caccia

Omicidio Caccia: processo annullato per un vizio di forma

CERESOLE  La condanna all’ergastolo inflitta la scorsa settimana a Rocco Schirripa, ritenuto tra gli esecutori materiali dell’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia non mette la parola fine ad  una lunghissima vicenda giudiziaria, processuale e umana.

La sentenza di primo grado pronunciata dalla Corte d’assise di Milano a carico dell’ex panettiere sessantaquattrenne originario della Calabria ma da tempo residente nel Torinese apre, infatti, nuovi scenari che potrebbero chiarire alcuni degli aspetti ancora oscuri nella vicenda. Schirripa avrebbe fatto parte del commando ‘ndranghetista incaricato, nel 1983, di uccidere il procuratore “scomodo” sparandogli a poca distanza da casa. Un primo processo aveva individuato nel boss Domenico Belfiore (già condannato all’ergastolo nel 1992) il mandante del delitto. Ma la famiglia del procuratore originario di Ceresole d’Alba ha sempre sostenuto la necessità di seguire piste alternative, anche scomode, legate a fatti su cui il magistrato stava indagando. Commenta Paola Caccia, figlia del procuratore: «Ci aspettavamo questa sentenza di condanna perché dalle intercettazioni si capisce chiaramente che l’imputato ha partecipato all’omicidio. Non ci basta però. Gli atti sono stati trasmessi alla Procura: speriamo che si indaghi ancora per chiarire il movente ed accertare tutte le responsabilità che non posso pensare siano solo di due persone». I difensori di Schirripa hanno già annunciato che faranno ricorso in appello. Schirripa era stato “incastrato” due anni fa dagli inquirenti attraverso una lettera anonima inviata proprio a Belfiore. Intanto anche un’altra persona è stata iscritta nel registro degli indagati: Francesco D’Onofrio, anch’egli calabrese,  ma residente nel Torinese.

Erica Asselle

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