Scuola materna Città di Alba, una storia lunga 170 anni

Materna Città di Alba: 170 anni in 23 metri di archivi 1

ALBA La storia della scuola materna Città di Alba è contenuta in 23 metri di archivio che raccontano i suoi 170 anni di vita. La ricorrenza è doppia: sono passati anche 120 anni dalla costruzione della sede attuale, in via Accademia. Se ne è parlato il 30 ottobre in un convegno al teatro Giorgio Busca.

All’introduzione del presidente dell’asilo, Luciano Giri, sono seguiti gli interventi degli esperti, coordinati dal direttore di Gazzetta d’Alba don Giusto Truglia: Roberta Audenino e Wanda Gallo hanno curato il riordino dell’archivio; Nando Vioglio e Antonio Buccolo hanno studiato le carte che raccontano la vita della scuola dal 1846, quando l’intendente della Provincia d’Alba, Filippo de Raymondi di Torricella, e il vescovo, Costanzo Michele Fea, s’incontrarono nel palazzo della curia per «lo stabilimento d’un asilo infantile e d’una scuola primaria per le fanciulle».

La mole di documenti, tra i quali spicca un diploma autografo di Vittorio Emanuele II, custodisce le vicende di «intere famiglie di Alba», per usare le parole di Maria Cangialosi, vicepresidente dell’asilo, che ha seguito i lavori di recupero e di valorizzazione del patrimonio documentario dell’ente, ora affidato all’archivio diocesano. Un percorso che è stato documentato da Gazzetta d’Alba in tutte le sue tappe; il nostro giornale, infatti, ha compiuto i 135 anni e li festeggia collaborando con le diverse realtà locali.

Corposo ed interessante l’intervento di Antonio Buccolo, che riportiamo integralmente assieme ad alcune immagini recuperate nell’archivio.

La funzione sociale dell’asilo e la partecipazione delle famiglie albesi alla sua vita

Di Antonio Buccolo

Scuola materna Città di Alba, una storia lunga 170 anni

Perché un asilo ad Alba verso la fine della prima metà del 1800.

Se volgiamo la nostra attenzione ai primi decenni del secolo e se cogliamo ciò che gli storici dicono sulla vita sociale del momento, ci accorgiamo quanto la gente soffrisse per le guerre e quanto fossero gravi e importanti ovunque i problemi della prima infanzia. E se analizzassimo il Piemonte, ci accorgiamo quanto fosse seria la situazione a Torino, residenza Sabauda e nella nostra vicina città, allora Provincia d’Alba con 77 comuni e 12 mandamenti, dunque centro di una certa importanza.

Allevare ed educare diversamente i bimbi sin dalla tenera età, dai due tre anni, per dar loro una pur minima istruzione, (ricordiamo che la scuola sarà obbligatoria solo con la legge del ministro albese Michele Coppino nel 1877), combattere la differente attenzione dedicata ai maschi nei confronti delle femmine sempre poco considerate e la scarsa alfabetizzazione, far fronte al lavoro minorile e all’assistenza dei fanciulli, erano necessità esistenziali.

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In campagna i bimbi si educavano ad attività agricole, pascoli, lavori, sacrifici, situazioni che si ripeteranno puntualmente ogni immediato dopoguerra. Basta ricordare la malora e anche il periodo che seguì la seconda guerra mondiale quando, nonostante ci fossero gli asili anche di parrocchie e istituti religiosi , fu necessario riprendere il problema dell’infanzia nelle zone di montagne e agricole assai critiche . Nell’800 non vi era diversità tra campagna e città sotto il profilo educativo. In città cambiava solo il tipo di ambiente, non di educazione, perché solo le famiglie agiate potevano allevare e istruire i ragazzi. I figli di basso ceto erano sovente liberi per le strade. I genitori non potevano essere sempre presenti. Gli uomini dovevano imparare un mestiere presso falegnami, bottai, fabbri, mulini, fornaci o, nei casi peggiori, fare i facchini e servitori nelle campagne; anche lavorare in fabbriche, come le filande per la seta a salari bassissimi e lunghi orari in ambienti malsani. Qui venivano sfruttati i minori sin dall’infanzia minando la loro crescita. Nel 1872 la filanda albese in cui vi lavoravano molte donne con figli, dunque bisognose di asili, tra la numerosa mano d’opera di 184 individui, si contavano 82 persone minori, quasi la metà aveva meno di 10 massimo 15 anni di età; 62 femmine e 20 maschi che lavoravano 11-12 ore al giorno con una paga giornaliera di lire 0,60 contro lire 2,50 degli adulti (nel 1850 il grano costava lire 18,68 all’ettolitro). Oltre i 50 anni non vi erano più operai perché esausti e non produttivi (oggi siamo attivi a 70 anni). Dai 50 ai 60 anni erano vivi solo poco più del 9% della popolazione. Il lavoro sin da fanciulli era pesante. Dobbiamo pensare che verso il 1860, quindi ci riferiamo ai nati dopo il 1840 (l’asilo è del 1846), tra i giovani coscritti di leva vi era il 22% di riformati di cui 1/5 per ernia e 1/5 per deficienza di statura, il resto per gozzo, scarsità toracica e denutrizione. Cause: sin da bambini molti ragazzi erano educati a trasportare pesanti carichi su terreni in pendenza e a fare spropositate fatiche.

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Le femmine, appena possibile, tentavano di imparare a fare le sarte o venivano messe a servizio nelle famiglie, anche fuori Alba se non trovavano; principalmente a Torino, con conseguenze inevitabili. Spesso alimentavano la prostituzione se minori, o appena maggiorenni le case di tolleranza, dove agivano molte ragazze della nostra terra (la storia sociale di Torino ce lo ricorda). E non dimentichiamo che nel 1861, quando si fece l’Italia, il tasso di analfabetismo era il più alto in Europa con il 72% nei maschi e 84% per le femmine. Alba in quell’anno aveva 9396 abitanti e la presenza dell’asilo combatteva questo fenomeno tra i fanciulli, ma sovente i genitori non riuscivano a mettere neppure la firma sui documenti e non sapevano minimente la lingua italiana, parlavano solo il piemontese.

Dunque occorreva darsi da fare. E, può sembrare strano, anche se una ribellione poteva essere giustificata nel ceto basso, gli interventi si mossero dall’alto, anche dai centri di potere. Si era già attivata una certa nobiltà e sacerdoti di grande forza carismatica. Ricordiamo Juliet Colbert della Vandea moglie di Tancredi Falletti di Barolo che si dedicava all’assistenza alle carcerate, ma soprattutto alle prostitute e ragazze madri, a fare ospedali di bimbe da salvare. Nei primi decenni del 1800 si muoveva anche il mondo religioso, e don Bosco in Torino raccoglieva bimbi per le strade. Anche Alba si mosse per iniziativa di famiglie benestanti poco dopo il 1840. E i reali di Torino favorirono le iniziative. Se vogliamo anche la letteratura di quel tempo mise a fuoco storie di fanciulli non seguiti. Ricordiamo Charles Dickens con il libro David Copperfied (1850), Victor Hugo con i miserabili (1862); anche l’italiano Carlo Lorenzini con Pinocchio (1877).

Purtroppo il percorso storico culturale prima del 1846, anno in cui fu pensato l’asilo albese, mirava principalmente a enti di custodia e assistenza prima di arrivare al concetto di servizio educativo. Perché  prima di tutto si doveva risolvere il problema sociale volto all’assistenza di bimbi di 2-3 anni sino ai 6 che avevano mamme lavoratrici.

Qualche cenno storico.

La prima vera forma di assistenza per i bimbi da 0 a 3 anni si ebbe tra il 1840 e il 1850, con lo sviluppo della rivoluzione industriale. Vi erano strutture chiamati “presepi” e riconducevano alla stalla in cui era nato Gesù. Servivano a lenire la piaga, piuttosto diffusa, dell’abbandono dei piccoli. Spesso erano i gradini di una chiesa o convento o la ruota comunale. Ad Alba i bimbi esposti o venturini si portavano all’ospedale San Lazzaro. Ancor oggi è visibile la cassetta delle elemosine nel vecchio ingresso. Erano molti. Basta consultare gli archivi che si trovano al Centro Studi Fenoglio.

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Si sperimentarono anche gli asili aziendali, all’interno della fabbrica.

Il termine “asilo” venne usato verso il 1830 quando furono istituiti luoghi adatti per bimbi dai tre ai sei anni. Venne sperimentato nel 1829 dal sacerdote Ferrante Aporti di Cremona, per contenere l’accattonaggio e preparare i bimbi all’istruzione elementare curando lo sviluppo fisico, intellettuale e morale. Erano vere e proprie scuole su banchi disposti a gradinate. Il concetto era di imparare ad imparare prima di tutto, e il momento del gioco era sostituito dall’attività artigianale per i più piccoli ed economia domestica per le fanciulle.

Nel 1925, nel nuovo secolo, pur con gli asili, nacque l’ONMI, opera nazionale maternità e infanzia, per sostenere le lavoratrici di classe povera. Nacque durante il fascismo sulla base di una ideologia politica. Si prediligeva l’aspetto igienico sanitario (allora incombeva la tubercolosi), tanto che il bimbo ospitato diventava quasi proprietà del nido stesso. Non era educativo, né ludico ricreativo. L’intento era di formare giovani forti a combattere per la patria. Per irrobustire il fisico, ricordo che si distribuiva l’olio di fegato di merluzzo. Si prolungava nei figli della lupa, balilla, giovani fascisti ecc. L’ONMI cambiò le sue regole con la caduta del fascismo. Vennero istituiti gli asili nido.

Veniamo alla nostra città. Alba, come le altre città piemontesi sentiva nella prima metà dell’800 la necessità, di mettersi accanto ai bimbi, aiutarli e proporre loro un minimo di istruzione. La città viveva una realtà povera nella parte nord est, più qualche quartiere nei pressi dell’ospedale, mentre verso il centro e le parti destinate successivamente allo sviluppo della città anche verso la periferia erano residenti le famiglie benestanti, con numerose botteghe e mercati. Era il ceto medio e borghese considerato la parte dirigente di Alba, con qualche sussulto anticlericale più di parata che di sostanza, che viveva un laicismo liberale. E fu proprio in queste famiglie che sull’esempio di altre città, si sviluppò l’idea di un asilo: D’altronde la forza finanziaria della borghesia albese, il clero e la stessa città che era provincia, non potevano perdere il proprio prestigio. E influenti erano anche i reali della vicina Torino che frequentavano il nostro territorio.

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Così, dopo una riunione del 30 settembre presieduta dal sindaco avv. Govone, il 12 novembre 1846 venne programmato uno stabilimento nella città di Alba d’un asilo d’infanzia e di una scuola primaria per le fanciulle proposto dall’intendenza della finanza della provincia d’Alba Conte avv. Filippo De Raymondi di Torricella. Questi fece costituire un comitato al quale fu demandato di raccogliere azionisti e benefattori tra i benestanti e redigere un primo regolamento (fu fatto nel palazzo vescovile). Così già nel gennaio del 1847 si pensò di sistemare l’asilo per cinque mesi, tempo per adattare altri locali, in un fabbricato provvisorio di una congregazione di carità destinata a uso di ritiro dei giovani. Il progetto si sviluppò successivamente prima nel quartiere vecchio della città, casa Cantalupo Giachino, presso il foro boario, prima di essere completato in pieno centro accanto a San Domenico, ove tuttora vive. Come è noto si pensò a una costruzione progettata sul finire del 1800 dall’ing. Molineris, con regole ben precise per ospitare 420 bambini. Entrò in funzione nel 1906 ed era grande perché, la popolazione cresceva nonostante l’alta mortalità infantile. Dai 361 nati nel 1847 si arrivò a 459 nel 1900.

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Dunque nel 1847 fu redatto un regolamento organico che fu registrato dallo stesso Filippo De Raymondi il 21 maggio 1847.  Regolamento che fu modificato il 16 aprile 1852 e il 13 febbraio 1857 (023) secondo le disposizione dei decreti reali. A confermare la validità dello scritto vi sono i documenti autografi di Vittorio Emanuele II.

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Tralasciando i concetti puramente gestionali è utile ricordare alcuni punti di importanza sociale e didattica espressi nel regolamento.

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** All’asilo sono ammessi bimbi d’ambo i sessi da 2 anni e mezzo a 6 da compiere. La quota da pagare è di lire 2 per bambino, 1,50 se fratelli. Nulla se poveri dichiarati da due azionisti che garantivano lo stato di povertà. A tutti veniva dato un piatto di minestra per cadun giorno e una sovra veste grembiule uniforme.

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Traspare da questa regola, il concetto di uguaglianza sociale. Tutti la stessa minestra, tutti lo stesso grembiule per evitare confronti tra benestanti e non, e non erano pochi i bimbi che giungevano da famiglie molto disagiate economicamente, igienicamente e moralmente.

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** Per essere ammessi occorreva un certificato di nascita rilasciato dal parroco, ciò per evitare denunce false di età. Dal parroco non dal comune, forse per il gran numero di ragazzi e numerosi certificati da compilare. Attestazione del medico di aver sofferto il vaiolo naturale, oppure di essere stato vaccinato, ed essere esente da morbo attaccaticcio. È chiaro chi aveva avuto il vajolo e non era morto, e si verificavano dei casi, era vaccinato naturalmente.

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Già allora la vaccinazione era una cosa seria pur se ridotta a pochissime malattie, perché non vi erano vaccini adatti. Certo esistevano malattie come il morbillo, tifo, poliomielite, difterite e la mortalità infantile per contagio, specialmente per i più deboli era alta. Anche tra gli adulti Abbiamo già ricordato che la popolazione dei sessanta anni non raggiungeva il 10% perché si aggiungeva la tubercolosi. Il concetto di vaccinazione per i bimbi per evitare epidemie era assoluto soprattutto nei primi decenni del 900. Tranne particolari casi fisici i non vaccinati non entravano a scuola.

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** Le maestre atte ad insegnare dovevano appartenere a una corporazione religiosa ammessa nei Regi Stati. Per la scuola delle fanciulle le insegnanti dovevano essere accettate dal magistrato della Riforma.

** Didattica: – Principi del catechismo diocesano.- Elementi del leggere e dello scrivere- Numerazione e calcolazione mentale- Nomenclatura delle cose usuali- Lavori adattati alla condizione, età, sesso- Canto ed esercizi ginnici.

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Un programma ambizioso anche se distante dalla didattica di oggi che comprende addirittura nozioni di lingua straniera.

** L’insegnamento e il conversare tra maestre, assistenti, allievi nell’asilo dovrà tenersi nella lingua italiana. Era una difficoltà perché normalmente nelle famiglie si parlava il dialetto piemontese. Non vi era la televisione che uniformava i linguaggi e la radio era posseduta da pochi.

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– Era vietato ogni sorta di castigo corporale.

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** – Nell’asilo vi era la presenza importante delle visitatrici. Venivano scelte tra gli azionisti o moglie di azionisti. Duravano in carica due anni e cooperavano all’educazione dei fanciulli. Di questi conoscevano le debolezze e i bisogni, ne osservavano il comportamento e consigliavano le maestre per l’ordine interno. Inoltre erano in contatto con i parenti per una cura morale e fisica dei loro figli. Il compito era difficile per le famiglie disagiate; queste non dirado venivano aiutate personalmente, ma soprattutto le visitatrici dovevano consigliare sul comportamento famigliare, sovente assai critico, per come agivano i genitori. Il funzionamento di una buona famiglia era utile per allevare i figli nel modo migliore. E le visitatrici avevano anche il compito di seguirle. Oggi abbiamo gli assistenti sociali o opere di associazioni cattoliche e laiche.

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Gli azionisti e benefattori

L’asilo si è praticamente retto sin dall’inizio sul finanziamento privato e ciò sin dopo il 1900. Vi erano donazioni, si organizzavano manifestazioni ludiche quando nacque il teatro sociale, vi era la società operaia albese che interveniva per molti lavori di manutenzione, ma soprattutto vi erano numerosi azionisti, mi pare oltre 300. Le rette delle famiglie dei fanciulli erano minime perché i poveri non pagavano, e il comune interveniva minimamente; circa 500 lire all’anno che non coprivano neppure lo stipendio di una maestra oscillante dalle 600 alle 800 lire. Solo nel 1888 contribuì con 25.000 lire per il nuovo progetto dell’edificio proposto gratuitamente dall’ing. Molineris e 1500 lire nel 1910-11-12.

Libro degli azionisti e benefattori. Come si può notare si leggono, dopo il re e la regina  nomi importanti tra le famiglie albesi di cui oggi conosciamo la discendenza. T. Calissano, Cantalupo, Casserini, Conte Cisa di Gresy, Anacleto Como,  Vescovo Fea, Gherzi Paruzza, Gioelli, Govone, Malcotti, il conte Malabaila di Canale, Mermet, Sansoldi, Sineo, Sorba, Vandero, Gastone conte di Mirafiori, Coppino.

E vi troviamo anche Cavour, Falletti di Barolo nata Colbert e altri importanti nomi. Consiglieri come il marchese Tapparelli d’Azeglio consenziente all’insegnamento della direttrice Carolina Chiesa con lo stipendio di lire 800 e alloggio di una camera e camerino. Ricordiamo che nel 1848 una maestra guadagnava 600 lire annue più 132 per indennità alloggio, meno di una operaia della filanda; circa 1000 lire lorde nel 1.913-17, lire 2.300 nel 1920.

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Sono interessanti i dati della presenza dei bimbi nell’asilo per analizzare il progressivo calo demografico durante la guerra dal 1914 al 1919: 1914, 307  -1915, 289  -1916, 298   -1917, 282  -1918, 256  -1919, 142. E l’aumento delle spese di gestione.

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Qualche considerazione prima di concludere.

Leggendo il libro degli azionisti e se studiato nei nomi possiamo scrivere la storia delle famiglie albesi, la storia della città, la loro influenza sulla vita politica e sociale. In modo particolare se riuscissimo a collegare le notizie trovate con gli archivi esistenti e già ordinati, come quelli dell’ospedale al centro studi Fenoglio, delle società operaie in Famija Albèisa, ritiro della Provvidenza che ospitava ragazze, l’archivio comunale fulcro della storia della città.

Per la storia dell’asilo, di cui non abbiamo fatto che qualche cenno, è utile ricordare, tra tanti, anche episodi critici come quelli vissuti durante la prima guerra mondiale, quando l’asilo dovette ospitare i soldati con grande disagio. Ma lo si fece per amor di patria e rispetto di chi andava a combattere. Per le maestre fu un gran lavoro, anche rinuncia alle vacanze per assistere bambini, perché padri mariti e fratelli erano tutti al fronte e le donne dovevano lavorare.

Dopo il 1928 non vi furono più le maestre laiche, ma le suore della provvidenza. Le maestre costavano troppo. Le scuole e asili migliorarono notevolmente negli anni del dopoguerra dal 1946-50. Anche perché, nonostante le ristrettezze economiche, la gente pensava alla rinascita con ottimismo e speranza dopo la sofferenza della seconda guerra mondiale.

La ricerca  per il momento si interrompe, se non erro, al 2004.

Concludo pensando al piacere di esplorare un vecchio archivio. La bellezza di toccare la carta antica, pensare a coloro che l’avevano scritto quasi a individuarne il carattere attraverso la calligrafia, il sentire il rilievo dei caratteri delle stampe composte con caratteri al piombo tanto da sentire le parole volarti addosso. E sempre con la sorpresa di scoprire cose nuove sulla nostra esistenza.

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