Il contributo degli Albesi all’Unità d’Italia

Per i 150 anni dell’Unità d’Italia molti scrivono e scriveranno, allestiscono e allestiranno mostre per ricordare e, in qualche modo, celebrare Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi e altri grandi della storia nazionale.

Anche noi albesi dovremo, dignitosamente, fare memoria del patriota e scrittore Amedeo Ravina, del generale e ministro Giuseppe Govone, del deputato e ministro Michele Coppino, del senatore Alerino Como, del ministro Teobaldo Calissano, dei deputati Teodoro Bubbio, Riccardo Roberto, Urbano Benigno Prunotto e del sindaco Giovanni Vico, che seppero opporsi al regime fascista già nel 1922.

Dobbiamo anche ricordare i partigiani che combatterono e quanti si immolarono per restituire libertà e democrazia a una nazione calpestata e offesa; i sindaci di Alba Cleto Giovannoni e Osvaldo Cagnasso, i molti amministratori locali che, nei Comuni delle Langhe e del Roero, seppero dare in questi ultimi sessantacinque anni testimonianza di che cosa sia la politica intesa come servizio, dell’obbligo ad avere dignità e impegno nel ricoprire incarichi pubblici a qualsiasi livello.

Questa nuova rubrica, pensata e scritta per Gazzetta d’Alba, il settimanale cattolico che dal 1882 ha raccontato la nostra storia, intende invece ricordare e riproporre, rifacendosi a qualcuna di quelle 400 date rievocate in un’altra rubrica, il contributo dei cattolici albesi all’unità d’Italia.

Giovani e ragazze, uomini e donne, padri e madri di famiglia che impegnati, volontariamente e silenziosamente, nell’Azione cattolica, nell’apostolato sociale, nel sindacato, nell’assistenzialismo più autentico, e sovente anche nell’impegno politico in piccoli e grandi Comuni, hanno dato il loro contributo, hanno portato il loro piccolo, ma importante, mattone per la costruzione della nazione.

Persone certamente non “buone per tutte le stagioni”, ma che con serietà e dignità hanno mantenuto fede, con linearità, ai loro ideali di onestà, servizio e solidarietà; persone non solite e avvezze a saltabeccare da una parte all’altra del fosso per accaparrarsi, con ogni mezzo e sotterfugio, contando sugli “amici” e gli amici degli amici, ricche prebende e posti di poteri da sfruttare per sé e per i compagni di merende.

La memoria va subito agli Alberto Abrate, Sandro Toppino, Gino Vignola, Augusto Dacomo, Andrea Monchiero, Giuseppe Pieroni, Gina Saffirio, Giuseppe Barbero, Maddalena Revello, Rosita Raimondo, Iole Barbero.

Altre penne, anche più abili, potranno scrivere di laici certamente meritevoli di ricordo, qualche sacerdote potrà fare memoria di confratelli che hanno combattuto la loro buona e santa battaglia, tenuta accesa la lampada della verità sotto i tanti campanili della diocesi.

Perché tutto questo non sia solo un guardare indietro, ma rivolto anche ai giovani di oggi e di domani, avrei una proposta per i parroci e per quei sindaci che ancora danno valore agli ideali alti e nobili: singolarmente, meglio ancora se uniti Comune per Comune, riscoprano e rendano onore a quelle persone che, disinteressatamente, hanno dato un contributo alla costruzione della nostra patria.

Una iniziativa che non costerebbe nulla, perché non sono necessarie patacche o pergamene, basterebbe una riunione sobria e semplice in una sala comunale, senza i fronzoli dei soliti noti. Questo settimanale saprebbe dare ben ampio risalto a così meritevoli cerimonie. Sarebbero queste un esempio, una testimonianza da lasciare ai nostri giovani per aiutarli e dire loro che si può venire fuori da questa palude da basso impero in cui ultimamente la nostra nazione pare essere precipitosamente sprofondata.

E, infine, perché non praticare con ferma convinzione le virtù teologali della fede e della speranza? Se l’Innominato di manzoniana memoria, dopo una notte di travagli e sofferenze interiori, trovò la forza di recarsi, senza seguiti, dal cardinale Federigo e cambiare vita, perché altri don Rodrigo, con i numerosi loro “bravi”, non potrebbero, per una volta, senza pensare solo e sempre a salvare lo scranno o il laticlavio conservando una legge che li salvaguarda, ma che non ci rappresenta, avere un sussulto di orgoglio e dignità? Così facendo, ci farebbe praticare, con vero piacere, anche la terza virtù della carità e non farci pesare quello che don Abbondio diceva poi tra sé, tornato a casa: «Se la peste facesse sempre e per tutte le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una ogni generazione, e si potrebbe stare a patti d’averla; ma guarire, ve!».