Gazzetta d'Alba – Dal 1882 il settimanale di Alba, Langhe e Roero

Una casa ti rende “normale”

La tragedia che si è consumata in un campo rom di Roma ha riacceso i riflettori su una problematica irrisolta: quella dei nomadi e della loro difficile condizione all’interno della società italiana.

Anche ad Alba è presente una comunitànomade (non rom) che ormai, seppure con evidenti limiti di integrazione, fa parte del tessuto cittadino.

I nomadi ad Alba. Le prime famiglie nomadi si insediarono in via Vivaro, a pochi passi dalla casa cantoniera. La comunità nomade alla fine degli anni ’80 si trasferì sulla sponda sinistra del Tanaro, nel campo Pinot Gallizio, pensato dal pittore albese e costruito dal Comune. In seguito all’alluvione del 1994 l’area venne inserita nella fascia a elevato rischio idrogeologico.

Alessio, nomade albese

Trasferimento. A quel punto, l’Amministrazione iniziò a prendere in considerazione l’ipotesi di trasferire il campo. Il progetto per lo spostamento nell’area compresa tra la superstrada e la casa circondariale, però, venne redatto soltanto con la consiliatura di Giuseppe Rossetto e, ancora oggi, rimane tale soltanto sulla carta.

Da una parte, i nomadi – profondamente legati al Gallizio – sono restii al trasferimento, dall’altra gli abitanti del quartiere Vivaro non vedono di buon occhio l’eventuale arrivo degli “scomodi” concittadini. In mezzo, l’Amministrazione Marello.

A regnare è quindi lo stallo su un progetto per il quale la Regione ha già stanziato – ma non ancora erogato – un contributo da quasi 400 mila euro, che dovrà essere cofinanziato dal Comune per quasi 200 mila. Nel frattempo, nel campo sono state costruite alcune case abusive che – in seguito a procedimenti giudiziari e a condanne – andrebbero abbattute, ma che continuano a essere abitate.

Nel campo nomadi. In questa fase di impasse, Gazzetta ha sondato lo spirito dei nomadi, recandosi presso ilcampo di corso Canale. Nell’area vivono circa 40 famiglie, per più di un centinaio di abitanti. Qualcuno vive nelle roulotte, altri in piccole casette, più o meno abusive, scaldandosi con stufette a legna o a gas. Il campo, allacciato alla rete idrica, fognaria ed elettrica, dispone di alcuni servizi igienici e docce comuni – in condizioni piuttosto precarie – realizzati quasi vent’anni fa dal Comune.

Lungo le stradine sterrate che attraversano il campo, si vedono scorrazzare i bambini e passeggiare gli anziani, una ventina. Sono tutti italiani, con residenza ad Alba e, seppure vivano in comunità, non hanno un leader riconosciuto. Ad accoglierci ci sono Alessio Lebbiati, 40 anni, con la moglie, e Giovanni, 46 anni. Per prima cosa, chiediamo loro se si sentano albesi. Risponde Giovanni: «Ci sentiamo abbastanza integrati. Le persone, però, sono ancora diffidenti nei nostri confronti. Vorremmoche ci dessero l’opportunità di farci conoscere prima di esprimere un giudizio».

Giovanni, nomade albese

Il lavoro. I capifamiglia del campo lavorano o, comunque, sono alla costante ricerca di un’occupazione che possa consentire di sostenere la famiglia. Dice Giovanni: «Quasi l’80% dei nomadi albesi in età lavorativa ha una qualche occupazione. Èanche nata la società cooperativa sociale Mussotto, che si occupa di giardinaggio ». Inoltre, sempre in forma di cooperativa, alcuni nomadi si occupano di sgomberare cantine, soffitte e di effettuare traslochi.

Chi non lavora è costretto a elemosinare. Non i bambini, però. Spiegano Alessio e Giovanni: «Da piccoli, anche noi chiedevamo l’elemosina, ma oggi i nostri figli non lo fanno. Per loro vogliamo un futuro migliore».

L’illegalità non è un tabù. «Qualcuno avrà anche sbagliato ma ha pagato. Non è giusto generalizzare. Spesso vengono ingiustamente attribuiti reati a persone che vivono nel nostro campo».

Nuovo campo. A proposito di futuro migliore, chiediamo che cosa pensino della possibilità di trasferirsi in un nuovo campo. «L’area in cui ci vorrebbero trasferire», sottolineano i nomadi, «è poco distante da qui e, tra l’altro, è inserita anch’essa in una zona a rischio (si tratta di un’area B, con un rischio inferiore rispetto alla A del Gallizio, nda). Non vogliamo spostarci, perché saremmo più scomodi a raggiungere il centro e l’ospedale e, inoltre, dovremmo fare i conti con i resti di una discarica coperta.

E poi, se ci spostassero in un nuovo campo, dovremmo ricominciare da zero. Infatti, qui, alcuni di noi hanno già costruito case che, seppur in parte abusive, ci permettono di tenere lontano topi e di ripararci dal freddo e dall’umidità. Non vogliamo tornare a vivere nelle roulotte».

Soluzioni. Afferma Alessio: «Potendo restare al Gallizio, vorremmo che il Comune ripristinasse la strada di accesso, rimuovesse l’eternit presente nelle coperture dei servizi igienici comuni, riqualificasse i servizi stessi e potenziasse il sistema idrico. Noi, comunque, siamo disposti ad aiutare nelle opere. Ringraziamo per le opportunità di lavoro che ci concedono il Comune, il Consorzio socioassistenziale e tutte le persone che, in qualche modo, ci aiutano. Un grande grazie va anche a don Paolo Rocca e a don Paolo Corino».

Casa popolare. In alternativa, ci sarebbero le case popolari. Dice ancora Alessio: «L’obiettivo è migliorare la vita della mia famiglia. Per questo, vorrei avere la possibilità di andare a vivere in una casa popolare. Abbiamo già avanzato richiesta per ottenerla. Le istituzioni devono darci l’opportunità di cambiare. Vivendo in una casa, fuori dal campo, forse riusciremmo finalmente a essere considerati “normali” a tutti gli effetti».

Enrico Fonte