Il federalismo è un coltello

«Che sia proprio l’etica la scintilla capace di rimettere in moto il sistema?». È la supposizione dell’economista e giornalista Francesco Maggio, ospite lunedì 21 del centro culturale San Paolo.

Maggio critica un’economia vittima di un «duplice schiacciamento »: quello terminologico, fatto di un abuso di termini mai declinati nei propri significati, e quello temporale, basato sul presente e sul perenne stato di emergenza gridato dai potenti, che attraverso la sua perpetrazione mantengono il potere.

Maggio ha analizzato le cause dell’immobilità della nostra società attraverso l’incontro Dall’economia effimera all’economia essenziale, moderato da don Gabriele Maffina. L’ipotesi di una «bella economia», non a caso titolo del suo ultimo libro, fa sperare in una realtà, in cui gli imprenditori aumentino il benessere sociale in corrispondenza dei loro guadagni.

Gazzetta ha intervistato Maggio.

La finanza dovrebbe essere ancella dell’economia etica, eppure l’Italia ha chiuso il 2010 con un aumento del 46% dell’evasione fiscale. Si può dire che in Italia siamo carenti di etica?

«Certamente. L’evasione fiscale è il totale disinteresse per il bene comune, a cui invece l’etica, per definizione, tende. Comportarsi in modo economicamente etico significa essere interessati a quello che fa bene a noi stessi, ma anche a quello che fa bene al prossimo e a chi ci circonda; significa essere consapevoli che non si può star bene, se non in un contesto in cui tutti stanno bene. Nel caso dell’evasione fiscale avviene invece che il soggetto, pur di perseverare nel perseguimento del proprio tornaconto, non si fa alcun problema a sottrarre risorse alla comunità, in maniera quindi anti-tetica e anti-etica».

Se, come lei ha affermato, «nulla sa di bene comune come un’economia di redistribuzione », si può raggiungere quest’obiettivo attraverso il federalismo?

«Teoricamente, sì: il federalismo dovrebbe rappresentare una responsabilizzazione dal basso, collegata all’idea di redistribuzione. Però, bisogna riempire di contenuti questo termine, attualmente vuoto, che rischia di diventare l’ennesimo, inutile slogan politico. Purtroppo, manca la serenità per analizzare col dibattito questi contenuti ed entrare nel dettaglio di ogni argomentazione. Declinando la parola federalismo in maniera semplificata, possiamo affermare che esso è come un coltello, che può essere utilizzato come utensile per piatti deliziosi, così come arma da offesa. Dipende dall’uso che se ne fa, specialmente in un contesto come quello italiano, in cui le disparità territoriali sono talmente forti da non permettere di immaginare una ricetta politica, prescindendo da contrappesi di redistribuzione».

Questa sera lei ha detto, riferendosi alla Cina: «Non si può ridurre una migrazione di portata biblica a una lamentela ». Ma come si può competere con una realtà come quella cinese?

«La nostra reazione è la resa di fronte ai prezzi bassi offerti, ma questo è riduttivo. Gli industriali sono andati in crisi, anche perché il tessuto di coesione sociale si è andato sfilacciando e al contempo non sono state approntate le giuste reti di protezione. Se un’impresa sa che arriveranno migrazioni di un certo livello, dovrà destinare parte delle proprie risorse a sostenere le organizzazioni no profit del territorio che accoglie, affinché educhino le nuove realtà a strumenti di convivenza; invece di contrapporsi all’ondata migratoria, si potranno quindi costruire le basi per una nuova coesione. L’industria non è stata capace di affrontare questo tema, si è disinteressata a tutta la filiera e ha guardato solo agli svantaggi. Inoltre, nel caso dei cinesi, si può sopperire al basso costo che possono offrire con la qualità, che solo noi sappiamo mettere in un prodotto. Loro sanno imitare, ma non creare, e questo può essere uno stimolo per vincere quella pigrizia adattativa che sopraggiunge: significa affrontare un fenomeno non in chiave di piagnisteo, ma in chiave di riproposta.

Pensiamo all’azienda di Diego Della Valle: la sua scarpa è uno dei modelli più imitati, però l’azienda è floridissima, perché ha un contenuto di filosofia imprenditoriale, valorialità e coinvolgimento delle maestranze inimitabile; una ricetta che sta in cassaforte».

Chiara Cavalleris