Papà, roccia o materasso?

Nelle scorse settimane a Torino lo psicologo Leopoldo Grosso, vicepresidente del gruppo Abele, ha parlato dei padri del nuovo millennio nell’incontro Papà: roccia o materasso.Il ruolo paterno nell’educazione dei figli.

Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Il cambiamento del ruolo del padre è da attribuire più alle trasformazioni degli equilibri interni alla famiglia o a quelli sociali, Grosso?

«Il mutamento radicale della funzione paterna all’interno della famiglia va di pari passo con i cambiamenti epocali degli ultimi venti, trent’anni e con la velocità di trasformazione che li ha caratterizzati. Il nucleo della famiglia si è trasformato, passando dalla dimensione “etica” a una “affettiva” e ridotta nella maggior parte dei casi alla triade, con una media nazionale di 1,2-1,4 figli per coppia.

In questa situazione familiare, inoltre, manca il supporto delle altre figure adulte, che un tempo contribuivano all’educazione: i parenti, gli insegnanti, ancor prima, i preti. Oggi non esiste più il supporto sociale; le famiglie sono sempre più sole e i genitori sono abbandonati a tutte le decisioni pedagogiche.

Senza appoggi e con una tradizionale funzione paterna distratta, sulle madri ricadrebbe tutto l’accudimento, andando a incidere sullo stress di queste ultime, il più delle volte anche impegnate nel lavoro. In questo contesto il padre ha cominciato ad affiancarsi alla madre, in particolare nel primo periodo di vita del figlio; è così che assistiamo non soltanto a una “femminilizzazione” del ruolo paterno, ma a un concreto sostegno del padre».

Questo tipo di evoluzione è da leggere in chiave positiva o negativa? Meglio la roccia o il materasso?

«In questo momento stiamo mettendo in luce le criticità, ma possiamo dire di esserci liberati di un modello distante, autoritario, quasi esclusivamente normativo, che sembrava privo di alcuna emotività: la roccia, che in passato ha fatto non pochi danni. Come sempre, ci sono luci e ombre: progrediamo, guadagniamo qualcosa, perdiamo qualcos’altro».

Dobbiamo avere nostalgia di alcuni vecchi metodi?

«Il vantaggio della famiglia “affettiva” è che al figlio vengono riconosciuti i bisogni e le rispondenze emotive. Ma, con l’eccesso della figura paterna coinvolta nell’accudimento dei figli, diventa difficile differenziare i ruoli e spesso la situazione viene ribaltata, con la madre che diventa sinonimo di rispetto delle regole.

Non va dimenticato che la maggior parte delle famiglie è composta da un unico figlio, su cui si riversa tutto, affetto, ansie, aspettative. L’amore, poco distribuito, può essere eccessivo e portare a esiti imprevedibili ».

Di che cosa hanno bisogno le famiglie?

«Una buona sintesi potrebbe essere racchiusa nell’autorevolezza. Porre limiti, ritornare alla funzione del “non”, in particolare per la fase adolescenziale, che se non viene sostenuta prima, è quella più critica. La mancanza del “contenitore” potrebbe portare a serie difficoltà nella gestione dei figli in questa età.

L’affetto non basta più; il padre assente non è soltanto quello poco presente fisicamente, ma anche quello che perde la propria funzione normativa, lasciando la madre in difficoltà».

Cristina Borgogno