Crisi pagata dai giovani

Il tredicesimo rapporto di Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati conferma un fatto: durante la crisi a pagare sono spesso i giovani. Benché esistano segnali di ripresa, il settore occupazionale è quello che accumula i ritardi maggiori. Questo si traduce in difficoltà di inserimento dei neolaureati, con effetti anche sulle carriere individuali e, infine, sul sistema produttivo nel suo complesso. Secondo i dati Istat i tassi di disoccupazione giovanile nel nostro Paese hanno raggiunto livelli prossimi al 30%.

«Sarebbe un errore imperdonabile sottovalutare la questione giovanile o tardare ad affrontarla in modo deciso», commenta Andrea Cammelli, docente di statistica all’Università di Bologna e direttore di Almalaurea. «È necessario farsi carico di quanti, al termine di lunghi, faticosi e costosi processi formativi, affrontano crescenti difficoltà a progettare il futuro».

Il rapporto ha coinvolto 400 mila studenti di 54 atenei, intervistando laureati di primo livello a cinque anni dal conseguimento del titolo e quelli della specialistica a distanza di tre anni. Aumenta la disoccupazione fra i primi (dal 15% al 16%), ma anche fra i secondi (dal 16% al 18%). A un anno dall’acquisizione del titolo diminuisce il lavoro stabile mentre dilagano quello atipico e il lavoro nero. La stabilità riguarda il 46% dei triennali e il 35% degli specialistici. Le retribuzioni, già non elevate, si contraggono del 4-5% ma restano migliori rispetto ai diplomati. Tutto ciò avviene tenendo conto del calo giovanile nell’andamento demografico del nostro Paese e nonostante l’apporto dell’immigrazione (il numero di giovani 19enni è diminuito del 38% negli ultimi 25 anni).

Nota positiva per il Piemonte: i tre atenei (Politecnico, Università di Torino e Università del Piemonte orientale) presentano un’occupazione di poco al di sopra della media nazionale: ad esempio, fra i laureati specialistici intervistati a un anno dal titolo la percentuale di occupazione si aggira sul 60% per il Piemonte orientale, 59% per Torino e 67% del Politecnico contro un 55% della media nazionale calcolata da Almalaurea. Ma il confronto con i Paesi europei ci vede in ritardo: nella fascia d’età di 25-34 anni ci sono 20 laureati su 100. In Germania sono 24, nel Regno Unito 38, in Francia 41, negli Stati Uniti 42 e in Giappone 55.

«Il nostro Paese investe quote di Pil assai inferiori a quanto vi destinano i principali competitors a livello mondiale », continua Cammelli. Infatti l’Italia destina l’1,23% del Pil all’istruzione contro una media europea del 2%. Questo fa sì che i laureati siano un boccone poco appetitoso per il mercato interno. Ma se il 54% dei neolaureati conclude il proprio percorso con incluso uno stage in azienda, questo significa che l’impresa italiana ha un ruolo fondamentale nello sviluppo delle figure professionali, anche per impedire la cosiddetta “fuga di cervelli” verso le imprese estere.

Maurizio Bongioanni