Don Valentino: «Quando discutevamo di fede in sacrestia o al bar Calissano»

Quando ho ricevuto la telefonata di Gazzetta d’Alba in cui mi si chiedeva di scrivere qualche riflessione su Pietro Ferrero il mio pensiero è subito corso a don Gianolio. Era lui il sacerdote, l’amico di famiglia e di tutta la ditta Ferrero. Avrebbe certamente potuto dire tante cose belle. Subito ho detto “no”, ma poi, ripensando ad alcuni incontri e momenti molto belli con Pietro, ho accettato di portare il mio piccolo contributo in questo momento così triste per Alba.

 

Pietro Ferrero con il fratello Giovanni, chiamato ora a prendere le redini del colosso dolciario (FOTO BRUNO MURIALDO).

Ho un primo ricordo di quando ero ancora viceparroco in Duomo e celebravo normalmente la Messa della domenica sera alle 20.30. Lui, per un lungo periodo, era solito essere presente a quella Messa e sovente passava in sacrestia per sottolineare le cose belle o contestare alcune mie affermazioni. A volte l’incontro durava anche molto. Ricordo quei momenti caratterizzati da cordialità, schiettezza e rispetto reciproco. Notavo in lui una attenzione non comune nel vivere la fede.

Ho, poi, un secondo ricordo di un colloquio al caffè Calissano. Ero stato con don Gianolio in Germania a tenere incontri sulla droga alle ragazze sarde, ospitate dalle suore laiche, lavoratrici stagionali alla Ferrero tedesca. Eravamo in fabbrica e alcune persone avevano chiesto di confessarsi. Eravamo nel settore uffici e io entrai nella prima stanza libera per confessare quelle persone. Non sapevo che quello era l’ufficio di Pietro. Incontrandolo dopo alcuni giorni al Calissano mi disse: «Posso ancora entrare nel mio ufficio in Germania dopo che l’hai usato come chiesa? ».

Era una battuta, ma ho subito capito che dietro a quelle parole c’era il desiderio di parlare con me. Ci ritirammo in una delle sale del caffè e parlammo a lungo. Il discorso fu di fede, un discorso che mi porto dentro ancora oggi. Discutemmo a lungo, ci confrontammo sulla fede in Dio, in Gesù Cristo, sulla Chiesa, sull’impegno di vita. Ricordo che al termine di quel colloquio con le mani tra le mani, strette vicendevolmente, recitammo il Padre nostro. Camminammo poi per strade diverse, io a fare il parroco ad Alba, lui in giro per il mondo.

Passarono una ventina di anni. Lo incontrai di nuovo qualche anno fa, una domenica mattina al bar Savona a fare colazione con sua moglie. Non l’avevo riconosciuto, avevo notato il suo sorriso, il suo volto in attesa di un saluto, non ero però riuscito a dare un nome a quel volto che pure era familiare. Feci solo un cenno di saluto anonimo. Purtroppo l’età, il tempo e forse un po’ di arteriosclerosi mi impediscono sovente di riconoscere le persone. Salendo in macchina, ripensavo a quel volto e improvvisamente mi venne in mente Pietro. Caro Pietro, per questo fatto ti avevo già chiesto scusa ai funerali di tuo zio, te lo richiedo di nuovo oggi. Ti assicuro che ti porto nel mio cuore.

Don Valentino Vaccaneo