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Sotto esame

Demagogia? Le parole possono incarnare verità, moderata demagogia o autentica falsità. Difficile riconoscere a quale categoria appartengano le esternazioni del ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, che il 21 aprile ha tentato un bilancio delle condizioni in cui versa l’universo scolastico: «Non c’è alcun taglio. Abbiamo eliminato gli sprechi e risparmiato circa 300 milioni di euro riducendo gli appalti esterni delle pulizie senza licenziare personale Ata (ausiliari tecnici amministrativi), abbiamo messo a punto con il ministro Brunetta un progetto di digitalizzazione della scuola che favorirà un risparmio annuo di altri 118 milioni».

Sentenze. Per capire, vediamo i fatti recenti. Il 15 aprile il Tribunale amministrativo del Lazio ha bocciato le circolari del Ministero che predisponevano il taglio di 67 mila cattedre in soli due anni, 87 mila in tre. Patrizia Scanu, rappresentante del Circolo dei genitori di Alba, spiega: «Sapevamo che sarebbe arrivata l’interdizione del Tar. Le circolari non disponevano di una base legislativa regolare: si basavano solo su una bozza di decreto. La giustizia amministrativa ha “premiato” la parte lesa, ossia gli insegnanti che hanno perso il lavoro a causa dell’applicazione di procedure illegittime. Adesso la situazione è ambigua: se le normative venissero rispettate, l’Esecutivo dovrebbe ripristinare i posti di lavoro sottratti a precari e insegnanti di ruolo. Tuttavia, ho l’impressione che al Governo non importi nulla sia delle procedure, sia di cosa dice il Tar. In tal caso sarebbe un bel guaio».

Guai. Il discorso degli insegnanti di ruolo, spiega Scanu, è prioritario. Dopo i tagli alle cattedre molti lavoratori hanno dovuto fare le valigie. «Sono stati falcidiati i diritti sia di coloro che meritavano una cattedra, sia di coloro che già l’avevano. La scuola è in ginocchio, non solo per via della confusione organizzativa che si è creata, ma anche a causa del numero di ore tagliate, delle materie ridimensionate, dei programmi formativi stravolti, dei 42 mila Ata eliminati».

Esternazioni. Senza dimenticare la tempesta che tormenta gli insegnanti precari e le relative graduatorie, la mancanza di risorse primarie, le grida di lamentela degli studenti – soprattutto universitari – e, infine, le considerazioni del Presidente del Consiglio, secondo il quale i genitori possono scegliere liberamente «quale educazione dare ai loro figli e sottrarli a quegli insegnamenti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi da quelli della famiglia».

L’impressione più diffusa è quella di un sofisticato e paziente attacco “parlamentare” alla scuola pubblica. Ciò si rivela perfettamente in linea con i contenuti del Documento di economia e finanza presentato dal Premier la scorsa settimana: nel documento si prevede una non meglio precisata “riduzione della popolazione scolastica”, e si preconizza una riduzione della quota di Pil impegnata nell’istruzione.

Il finanziamento scolastico passerebbe, secondo il documento, dal 4,2 attuale al 3,7 per cento nel 2015, e addirittura al 3,4 nel 2060. In conclusione, pare d’aver di fronte due tesi contrapposte: la prima rappresentata dalle dichiarazioni verticistiche, la seconda dalla costernazione e dalle rivendicazioni degli operatori. Sorgono quesiti – non certo metafisici – sulla veridicità dell’una o dell’altra posizione.

Matteo Viberti