Un bianco troppo prezioso per stare sulle bancarelle?

Il Tribunale amministrativo regionale si pronuncia per il ritorno delle trifole sui banchi albesi del mercato, anche se al di fuori del Palatartufo, e l’assessore regionale Alberto Cirio controbatte, cercando di modificare la legge piemontese a tutela del prodotto: se passerà la proposta, i sindaci avranno più voce in capitolo sulla commercializzazione della preziosa pepita.

I lettori più attenti ricorderanno il ricorso presentato da un commerciante di tartufi contro il Comune di Alba durante l’ultima Fiera del tartufo. Clemente Inaudi, proprietario dell’omonima società, aveva messo in discussione la decisione dell’Amministrazione di restringere il commercio del tartufo ai negozi specializzati e al cortile della Maddalena.

Il provvedimento modificava l’articolo 1 del Regolamento per la vendita del tartufo bianco d’Alba all’interno del cortile della Maddalena e si prefiggeva di tutelare il cliente e il prodotto. Al Palatartufo, infatti, la qualità delle trifole è garantita dai controlli del Centro studi sul tartufo e dai giudici qualificati dello Sportello del consumatore; un controllo non estendibile alle bancarelle fuori dalla Maddalena. Ma Inaudi, che dopo quarant’anni di attività si era ritrovato a non poter più vendere il prodotto fresco tra i banchi del mercato di piazza Garibaldi, ha presentato ricorso al Tar, che nei giorni scorsi gli ha dato ragione. La sentenza è contraria al restringimento della commercializzazione e dispone quindi che i tartufi bianchi abbiano il diritto di tornare in vendita anche sulle comuni bancarelle, difendendo la possibilità di concorrenza, e invitando il Comune a esercitare la tutela attraverso altre forme di sorveglianza. «Continuiamo ad avere la convinzione che il tipo di qualità che si assicura al Palatartufo non sia la stessa che si può garantire in giro per la città», dichiara il presidente dell’Ente fiera, Antonio Degiacomi, nel prendere atto della decisione del Tar. Poi commenta: «Il paradosso è che questo ricorso non è arrivato da un trifolao, magari escluso, attraverso il nostro regolamento, dalla vendita del tartufo. Il commerciante possiede quattro stand al Palatartufo e tre punti vendita nel cuneese; si è cioè mosso contro un sistema di cui fa pienamente parte». D’altronde Inaudi aveva annunciato fin dall’inizio che si sarebbe trattato di «una questione di principio».

Un principio che a quanto pare non è condiviso nemmeno dall’assessore regionale al turismo Alberto Cirio, il quale si è mosso per dare ai sindaci uno strumento normativo per regolamentare la vendita dei tartufi sulle aree pubbliche di loro competenza. A tale scopo Cirio ha presentato ieri, lunedì 16 maggio, un emendamento di modifica dell’art. 2 della legge regionale 16 del 2008, che riconosce ai municipi il diritto di limitare la commercializzazione del tartufo bianco, durante le fiere riconosciute dalla Regione, solo nell’ambito dei negozi specializzati e negli spazi della fiera. «Esiste un vuoto normativo nazionale e la sentenza del Tar ne è la dimostrazione », commenta l’Assessore. «Il tartufo viene trattato normativamente come qualsiasi altro prodotto, ma la differenza è che per garantirne la tracciabilità dobbiamo autorizzarne la vendita solo in luoghi controllabili, perché è l’unico modo che abbiamo per tutelare il consumatore e l’immagine di un prodotto dal valore turistico altissimo. Basti pensare che per ogni euro speso in tartufo bianco il turista spende venti volte tanto per la sua vacanza. Quindi, per garantire il cliente, abbiamo messo in piedi, nel tempo, meccanismi di verifica e controllo difficilmente trasferibili a un mercato ambulante».

Chiara Cavalleris