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Figli di un Dio minore, operai senza lavoro causa delocalizzazione

“Questo mese ho preso poche centinaia di euro. Lavoro solo un giorno alla settimana e, dopo aver pagato l’affitto e le bollette, mi resta più niente. Il mio conto è in negativo e la banca non mi fa credito ».

La voce al telefono è tirata, stanca. L’uomo preferisce non dire il suo nome. Ha 45 anni. Ha ripreso a lavorare da poco (e poco) per un’azienda dell’hinterland albese, dopo il lungo tunnel della cassa integrazione. Quando parliamo di crisi e di problemi delle aziende a informarci sono sempre spiegazioni fatte di numeri e percentuali o i sindacati, i quali cercano di diminuire il peso della crisi che grava sulle vite dei lavoratori.

Gli operai, invece, non parlano, e quei pochi che lo fanno cercano di lasciare la minima traccia, rifugiandosi nell’anonimato. Si sentono in colpa. Quando poi li si incontra tutti insieme un sabato mattina qualunque, mentre il mercato impazza per le vie, in un paio d’ore l’ombra si schiarisce, lasciando intravedere la realtà.

Ci sediamo in cerchio con lavoratori che erano – il passato è d’obbligo, purtroppo – operai all’ interno di un’azienda dell’albese. Hanno età diverse. Sono uomini e donne, che gli eventi hanno messo da parte, parcheggiati in attesa che la situazione cambi, per taluni che la pensione si avvicini. Chi ha famiglia, chi figli, chi è solo. Hanno tutti da raccontare una storia, una loro versione dei fatti. A qualcuno è stato detto che il lavoro non c’era più, nel reparto, ormai in procinto di essere spostato all’estero.

«Ci spostavano repentinamente da un’area all’altra e, poi, ci veniva detto che non c’era più lavoro». A molti hanno offerto soldi per licenziarsi volontariamente, ma loro hanno rifiutato. Colpisce l’indifferenza dei colleghi, la denigrazione anche prima della cassa integrazione. Gli ex operai raccontano che, dalle assemblee sindacali indette per portare a conoscenza della situazione a oggi, la solidarietà in fabbrica c’è mai stata. «L’azienda ci aveva messo a disposizione un locale, ma a parte noi e il sindacato nessuno si è presentato. Il problema è che, forse, negli anni, abbiamo detto “sì” troppe volte, in silenzio, assecondando le richieste dei titolari».

Da poco la cassa integrazione è scaduta. Loro, i lavoratori, speravano di essere richiamati. A inizio giugno l’azienda, invece, ha chiesto la cassa integrazione in deroga. Vuol dire che, mentre prima il salario arrivava ogni mese (al 70 per cento), ora lo avranno ogni tre. Sono circa una dozzina queste persone e si inseriscono nel migliaio per cui è stata richiesta la cassa in deroga nell’albese lo scorso anno.

«Figli di un Dio minore», così sono stati definiti da una sindacalista sulle pagine di Gazzetta qualche giorno fa.

Cristian Borello