Piccoli, ma molto arrabbiati

La manovra approvata la scorsa settimana dal Senato dopo molti aggiustamenti (c’è chi ha usato l’espressione “manovra quotidiana”) e che in questi giorni approda a Montecitorio non ha soddisfatto i rappresentanti dei piccoli Comuni, che annunciano di voler proseguire la mobilitazione.

«Non finisce qui: riteniamo che nel testo ci siano profili di incostituzionalità e aspetti che lo rendono difficilmente applicabile», ha commentato la scorsa settimana il presidente dell’Uncem Piemonte Lido Riba, mentre l’Anci ha annunciato di voler ricorrere alla Corte costituzionale. Ieri, lunedì, a Torino, si è svolta una manifestazione indetta da Anci, Uncem, Legautonomie e Anpci, alla quale hanno preso parte circa 300 sindaci piemontesi, per chiedere lo stralcio degli articoli 4 e 16 del testo normativo, nonché la revisione degli equilibri del patto di stabilità. I sindaci hanno sottoscritto una lettera da inviare al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella quale esprimono «l’insostenibile situazione in cui si verrebbero a trovare i Comuni in caso di approvazione dell’articolo 16 della manovra».

Osserva Riba: «Non è vero che il Governo, nelle stesure successive al 13 agosto, ha salvato i Comuni e non è assolutamente vero che ha alleggerito i tagli. L’ultimo testo dell’articolo 16 peggiora notevolmente l’assurdo impianto originale, introducendo il patto di stabilità per i Comuni con meno di mille abitanti e togliendo ogni competenza e capacità decisionale e operativa ai sindaci. E pensare che proprio dal Piemonte, Regione più massacrata dai tagli e dall’eliminazione dei piccoli Comuni (597, dei quali oltre la metà in territorio montano), erano stati attuati negli ultimi anni progetti concreti per gestire in forma associata le funzioni dei Comuni, in particolare attraverso le 22 Comunità montane. Un processo che ha abbassato i costi e migliorato i servizi per i cittadini».

Enrico Borghi, presidente nazionale dell’Uncem, parla di «rottura istituzionale senza precedenti»: «Sembra si voglia sottovalutare ciò che sta accadendo: i tagli sono destinati a incidere pesantemente su servizi essenziali come trasporto pubblico locale, sanità, istruzione, assistenza. E il patto di stabilità esteso ai piccoli Comuni impedisce di appaltare, pagare i fornitori, sostenere le economie locali, con pesantissime ripercussioni, soprattutto nelle aree di montagna».

Il “nuovo” articolo 16 della manovra obbliga i Comuni sotto i mille abitanti a esercitare i servizi in forma associata. Uniche eccezioni, il Comune di Campione d’Italia e quelli il cui territorio coincide con un’isola. A differenza della prima stesura, alle nuove Unioni di Comuni previste dall’articolo 16 possono aderire anche i centri sopra i mille abitanti. Le Unioni dovranno avere complessivamente almeno 5 mila abitanti, oppure 3 mila se composte da Comuni montani, anche se le Regioni possono fissare diversi limiti demografici.

Entro sei mesi dall’entrata in vigore della manovra, i Comuni , dovranno avanzare alla Regione la proposta di aggregazione per dare vita alla nuova Unione ed entro il 31 dicembre 2012 la Regione provvederà a sancire l’istituzione delle Unioni. A partire dal 2014 le Unioni saranno soggette al patto di stabilità previsto per i Comuni con identica popolazione. A differenza dell’ipotesi iniziale, il sindaco non resterà l’unico rappresentante del proprio paese. Nei centri sotto i mille abitanti sparirà solo la Giunta, mentre rimarranno i Consigli comunali, formati da sei membri, che avranno soltanto potere di indirizzo nei confronti del Consiglio dell’Unione. Resta da capire come potranno coesistere le nuove Unioni e le attuali Comunità montane e collinari. Qualcuna è di troppo.

Corrado Olocco