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Valerio Berrutti Il pittore del Palio e la “rivoluzione terrestre”

Era naturale per la carriera di Valerio Berruti quello di diventare pittore del Palio: l’artista di Langa più “lanciato” a livello nazionale e internazionale diventa quest’anno l’interprete di un territorio che nella Fiera del tartufo bianco d’Alba vive il suo momento di gloria.

Berruti è nato ad Alba nel 1977. Vive e lavora a Verduno. Nel 2005 è stato selezionato dall’International studio and curatorial program, unico artista italiano, per partecipare a un soggiorno di studio e lavoro in un atelier di New York e ha allestito la personale Golgota alla Esso gallery di New York. Nel 2006 ha esposto al Pan di Napoli, in una rassegna curata da Hegyi, e a Torino a palazzo Bricherasio una personale curata da Guido Curto. Nel 2008 ha partecipato alla collettiva Detour al Centre Pompidou di Parigi e alla XII edizione della Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo. La personale Magnificat è stata ospitata alla Keumsan gallery di Seoul. Nel 2009 è stato invitato per un’installazione alla Galleria civica di Modena e ha partecipato con una videoanimazione al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Nel 2010 ha esposto Una sola moltitudine alla fondazione Stelline di Milano e, al Pola museum Essex di Tokyo, la personale Kizuna.

Quest’autunno, oltre alla mostra che Alba allestisce per il Pittore del Palio in San Domenico, espone con una personale al Museo d’arte contemporanea di Belgrado.

Berruti ha risposto ad alcune domande. Anzi, la prima l’ha anticipata. «Parto col dire che questa mostra per me è importantissima. Intanto perché non c’è mai stata una mia personale ad Alba e il mio legame viscerale con questa terra è evidente. Sono assolutamente convinto che la città abbia delle possibilità inespresse enormi e vorrei provare con i fatti che questo territorio è pronto a un evento internazionale al livello delle più importanti capitali europee. Penso che – come dice il titolo della mostra – la “rivoluzione” parta da noi e tutti siamo tenuti a lottare per affermare le nostre idee. Poi ho avuta la fortuna di trovare persone come Antonio Degiacomi, che hanno creduto in questo progetto e non hanno posto nessun limite alla grandiosità dell’opera. Così è nato un progetto complesso e articolato che parte da un libro, passa attraverso un sito in cui vedere il lavoro work in progress (www.larivoluzioneterrestre. it) e arriva alla grande installazione progettata appositamente per la chiesa di San Domenico».

Valerio, che significato ha per te essere pittore del Palio? «Da bambino ero un “militante” del Borgo del Fumo, grazie a mio padre che ne era tutti i ruoli del caso: da sbandieratore a figurante armato. Il Palio ha per me un valore affettivo, soprattutto nei confronti di mio padre che ne sarebbe fiero».

Qual è secondo te l’impatto che il territorio di provenienza ha su un artista?

«Nel mio caso il cento per cento. Sono convinto che avere delle radici salde come le mie, mi abbia aiutato a rimanere con i piedi per terra e a non dimenticare mai a chi sono rivolte le mie opere. Nel mio studio, appeso alla porta, ho un foglietto su cui ho scritto una nota: non dimenticarti mai da dove vieni».

Come si colloca in questo contesto il tuo legame con Fenoglio?

«Sono un grandissimo amante della letteratura di Fenoglio, sento la sua scrittura come sangue nelle vene, mi sembra, leggendolo, di capire cosa pensi e ho la sensazione di pensarla come lui. Credo che sia un enorme privilegio poter leggere Fenoglio da “langhetto”, perché, per quanto lo si possa apprezzare e studiare, solamente se sei nato qui e hai i nonni che ti parlavano in piemontese puoi capire veramente i suoi libri».

E, invece, come è nata la collaborazione con Mannarino, lui che è romano fino al midollo?

È riuscito a calarsi in un contesto così distante da lui? Ci sono forse dei punti in comune? «Ho deciso di coinvolgere Alessandro Mannarino dopo aver sentito Super Santos. È un album bellissimo in cui ho ritrovato la passione per la tradizione cattolica riletta in chiave contemporanea e dissacrante. Ho pensato che sarebbe stato la persona giusta per dare voce ai miei “bimbi rivoluzionari”. Così gli ho scritto un’e-mail in cui gli raccontavo il mio progetto, poi ci siamo incontrati, abbiamo parlato e lui ha composto una canzone perfetta per l’opera che riempirà lo spazio dell’installazione».

Qual è il significato della mostra?

«Volevo dare una raffigurazione della rivoluzione terrestre intesa come il moto che la Terra compie attorno al Sole ma che diventa rivoluzione spirituale, pacifica e morale, compiuta sulla terra dai bambini stessi. Il titolo l’ho studiato insieme a Mannarino, che infatti dice: “Forse per fare una rivoluzione umana, bisogna ritrovare gli occhi dell’infanzia, che sanno vedere le differenze interne e riconoscere le diversità dell’identità di ognuno, ma non hanno il pregiudizio”».

Adriana Riccomagno