La fatica d’essere studente

Solo perché si muove in silenzio non vuol dire che non esista: arranca la macchina universitaria, fresca reduce dal taglio di risorse impartito dal Governo. Qui, dove lo studio vorrebbe riflessione, migliaia di giovani fanno i conti con le sempre più risicate possibilità delle famiglie, spesso costretti a dividersi tra studio e lavori part-time per sopravvivere. Come non indignarsi?

Ecco l’esperienza di Marco, 23 anni, albese, iscritto alla Facoltà di giurisprudenza, il quale vive a Torino dal 2007, in procinto di conseguire l’attestato quinquennale. Carta e penna alla mano, proviamo a “vivisezionare” la sua vita universitaria.

Marco in cinque anni ha cambiato tre case: la prima era una mansarda, prossima alla periferia. Affitto, 300 euro. La seconda casa è stata la più economica: 220 euro al mese perché, spiega Marco, «vivevo in una “tripla”, siamo stati costretti a subaffittare in nero ad altri inquilini per ammortizzare il prezzo ».Oggi Marco vive in un appartamento spazioso in una zona centrale: tra affitto, riscaldamento, spese condominiali e connessione Internet sborsa 330 euro mensili per una camera singola. Poi il vitto, non meno di 30 euro a settimana. Infine, i libri di testo (circa 100 euro al mese) e, come la chiama lui, la «vita oltre la sopravvivenza», ossia cinema, sport, uscite serali, un regalo di compleanno, ad esempio. Altri 40 euro settimanali. Sommando e arrotondando per eccesso (una o due settimane di vacanza durante l’anno per «non affogare nello stress») arriviamo a quasi 10 mila euro l’anno. Escludiamo però le tasse: Marco ha diritto alla borsa di studio dell’Edisu (Ente per il diritto allo studio universitario), circa 3 mila euro l’anno. È un supporto utile, ma non sufficiente. Racconta Marco: «Mio padre è operaio e mia mamma è disoccupata, costretto a lavorare per sopravvivere. Nei week-end presto servizio ai tavoli in una trattoria, durante la settimana lavoro in un ufficio di Torino per due o tre ore al giorno: un amico mi ha assunto con contratto flessibile, riesco a gestire le esigenze dello studio con quelle lavorative. Tuttavia, molti miei compagni sono costretti a lavorare in call center o in negozi a orario diurno, allungando i tempi della laurea e ritardando l’ingresso nel mercato del lavoro. Per alcuni è una vera liberazione terminare il percorso formativo, che assume i contorni di una trappola più che di un’opportunità».

Matteo Viberti