La sconfitta dell’imprenditore

«Quando cedi un’azienda vendi anche la sua storia ».

Edoardo Nesi racconta nel suo romanzo, vincitore del premio Strega 2011, Storia della mia gente, la sconfitta personale che la perdita dell’azienda di famiglia può rappresentare. Erede e proprietario del Lanificio T.O. Nesi & figli spa, nel 2004 vendette la sua ditta insieme al padre e al cugino, in una Prato invasa dai cinesi.

«Dal 2000 al 2010 Prato ha dimezzato le sue esportazioni e perso più della metà dei suoi addetti nell’industria tessile», ha spiegato lo scrittore al primo appuntamento della rassegna di incontri culturali Interpretare il cambiamento, svoltosi venerdì 30 settembre presso la cantina Monsordo – Bernardina dell’azienda vitivinicola Ceretto.

All’appuntamento, organizzato da Confindustria Cuneo, sono intervenuti anche l’imprenditore tessile e vicepresidente di Confindustria Paolo Zegna, l’economista Giuseppe Berta e il membro del comitato di presidenza di Sistema moda Italia Giuseppe Prezioso.

A introdurre il dibattito il giornalista Gianni Martini, che ha sottolineato come l’opera, tra il romanzo e il saggio economico, sia «oltre che un’accusa dettagliata a un sistema contemporaneo di gestire l’industria, il gesto d’amore di un imprenditore che è costretto a non fare più l’imprenditore ».

Gazzetta ha intervistato l’autore.

I pessimistici dati che ha fornito dell’industria tessile pratese non si distanziano da quelli della nostra area. Il declino del settore è inevitabile, Nesi?

«Non vorrei essere pessimista, ma mi rendo conto di quanto sia difficile un’inversione di tendenza a questo punto. È sempre più difficile fare utile in un’impresa; la cosa grave è che stiamo andando a intaccare un sistema edificato, aziende vantate dai giornali del passato, che lavoravano per i capisaldi del settore a livello nazionale, e che ora sono costrette a chiudere».

Ipotizziamo che lei sia ancora un imprenditore: se potesse, chiederebbe ai suoi operai di rinunciare ad alcuni dei loro diritti per poter assumere qualche lavoratore in più o non lasciare nessuno a casa?

«Non rinuncerei a nessuno dei diritti che abbiamo conquistato in centocinquant’anni di legislazione sul lavoro. Credo che si dovrebbero creare nuove aziende, nelle quali le persone possano essere effettivamente assunte e non a tempo. Bisogna ripensare tutto il sistema industriale italiano, partendo dal fatto che gli operai, come quelli della mia azienda di Prato, danno un contributo sensibile in un’azienda. Togliendo loro i diritti si fa l’errore più grande del mondo: si rincorre un Paese come la Cina, intervenendo sui costi e non sulla qualità».

Un imprenditore come vede il mestiere dello scrittore?

«Quando ho iniziato a scrivere mio padre mi lasciava da una parte, sorridendo, come fosse una specie di mattana. Sono due mestieri completamente diversi, ma c’è una comune difficoltà ad abbandonare l’oggetto del proprio lavoro: l’imprenditore pensa sempre all’azienda anche quando non c’è e lo scrittore pensa sempre al suo romanzo anche quando non scrive. Sono certo che molti imprenditori siano stati sollevati dai sensi di colpa, leggendo il mio libro; è inevitabile cercare in se stessi le responsabilità quando la propria impresa va male».

Che cosa sta succedendo al made in Italy?

«Se non si garantirà il marchio si finirà tutti come a Prato, dove un’azienda cinese diventa automaticamente italiana in quanto registrata qui: si producono non tessuti, ma veri e propri capi d’abbigliamento, con tanto di marchio made in Italy. Sicuramente si poteva e si doveva fare qualcosa di più a livello politico».

Chiara Cavalleris 

Foto MURIALDO