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Microimprese sotto scacco

La recente congiuntura economica è caratterizzata dalle incertezze innescate dalla situazione del debito pubblico in Europa e negli Stati Uniti. Ma la crisi non è soltanto finanziaria. La crescita del 5 per cento del Pil (Prodotto interno lordo) mondiale nel 2010 è stata infatti sostenuta in larga parte dalle economie emergenti (Cina, India e Brasile tra gli altri). In Europa la crescita è risultata più forte in Germania e meno in Francia e Italia. Inoltre, dopo un primo trimestre 2011 promettente del Vecchio Continente, ci si attende un rallentamento. Ma ciò che più spaventa sono le prospettive: aumento del prezzo delle materie prime, con conseguente aumento dell’inflazione e diminuzione dei consumi; difficoltà dell’economia statunitense e debito.

L’Italia, dopo la modesta crescita del Pil nel 2010 (+1,3 per cento), ha registrato nel 2011 un rallentamento e l’aumento previsto per l’anno in corso, stimato per eccesso, è dello 0,9 per cento. In Piemonte nel 2010 la crescita del Pil si è allineata a quella nazionale (+1,3 per cento). La produzione industriale (+8,6 per cento) è proseguita a ritmi meno sostenuti nel primo trimestre del 2011 (+6,8 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente). Le previsioni delle imprese piemontesi per il secondo trimestre 2011 indicavano un miglioramento del clima di fiducia, con un aumento delle attese di crescita per produzione, ordini ed export, che si confermala componente più dinamica della domanda nei primi tre mesi di quest’anno (+16,4 per cento). Nello stesso periodo anche l’occupazione mostrava alcuni segnali di miglioramento, rimarcando un’inversione di tendenza rispetto al biennio 2009-2010 (+44 mila occupati rispetto allo stesso trimestre del 2010).

Ma i timidi segnali di fiducia – leciti dopo il crash del 2009 – non si sono tradotti in crescita reale. Per il 2011 si prevede per il Piemonte una crescita modesta(+1 per cento) in linea con la media nazionale. Rallenta la domanda interna (+0,7 per cento) come l’andamento degli investimenti fissi lordi (+0,9 per cento rispetto a +2,4 per cento nel 2010), con dati ancora più preoccupanti nel settore delle costruzioni.

La crisi attanaglia soprattutto le migliaia di artigiani e microimprese che costituiscono il tessuto dell’economia piemontese. Secondo un’indagine dell’Ires per la Regione, a fronte di una stabilità delle aziende che indicano una tendenza favorevole della domanda (il 14,5 per cento del totale) sono diminuite le aziende che segnalano una condizione di stazionarietà (dal 52 per cento al 48 per cento del totale) e aumentate quelle che hanno subìto una contrazione (dal 32,6 per cento al 36,9 per cento). Il dato è reso meno negativo dalle positive performance del ramo metalmeccanico, il solo che sembra avere agganciato, almeno in parte, il trend di risalita. Domanda e soprattutto fatturato calano nelle costruzioni e nei servizi. Secondo il 49 per cento degli intervistati gli ostacoli alla crescita sono determinati dalla debolezza della domanda (nel 2010 erano il 59 per cento); secondo il 17 per cento dalla difficoltà di riscuotere i crediti.

Il paradosso è che, se commentassimo solo i dati delle imprese con più di dieci addetti, oggi parleremmo di una positiva tendenza al recupero, con saldi di domanda, fatturato e soprattutto dell’occupazione confortanti, e un evidente recupero degli investimenti. Ma le imprese con più di dieci addetti, va ricordato, costituiscono il 2 per cento del totale. La larghissima maggioranza ha viceversa meno di quattro addetti e in quest’area la situazione permane su livelli molto critici. Soffre la piccola e piccolissima impresa, che è poi anche quellameno tutelata sotto il profilo degli ammortizzatori sociali e più oppressa dal fisco e dalla burocrazia.

Come sempre, infine, risultano migliori le performance realizzate dagli imprenditori più giovani, mentre nettamente peggiori della media sono quelle degli artigiani over 60. Meno del 15 per cento dei titolari inclusi nel campione, peraltro, ha meno di 40 anni (nel 2005 superava il 20 per cento), mentre gli ultrasessantenni nello stesso periodo sono saliti dal 15 per cento circa al 22,6 per cento. La reazione alla crisi degli artigiani è stata soprattutto il rafforzamento del ramo commerciale. Il 44,6 per cento ha dichiarato di aver ricercato nuovi clienti in Italia e all’estero; il 30 per cento circa delle imprese ha cercato di ricostituire margini operativi, contenendo il prezzo delle forniture; il 22,3 per cento ha rinunciato a investimenti già programmati, il 13,8 per cento ha diminuito i prezzi di vendita e l’8,5 per cento ha ridotto il personale (a fronte di un 6,1 per cento che ha fatto ricorso alla cassa integrazione). Una minoranza non marginale nell’ultimo anno ha investito nell’azienda.

a.c.