Premio Bottari Lattes Grinzane: la parola agli autori

Enrique Vila-Matas, Caterina Bonvicini, Valerio Magrelli e Colum McCann

Sono questi i nomi dei vincitori della prima edizione del premio Bottari Lattes Grinzane, ricevuto sabato scorso, a Monforte, paese dove ha sede la fondazione Bottari Lattes organizzatrice del premio. Dopo l’incontro con i quattro autori, avvenuto in mattinata nell’auditorium della Fondazione, si è tenuta la cerimonia.

 

Colum McCann riceve il premio dai ragazzi che rappresentavano le giurie scolastiche e dal vicepresidente della fondazione “Bottari Lattes”, Adolfo Ivaldi.

A Vila-Matas è andato il riconoscimento per la sezione “La Quercia”, dedicata a Mario Lattes. Lo spagnolo è stato scelto all’unanimità dalla giuria tecnica per la sua opera letteraria. Caterina Bonvicini – Il sorriso lento (Garzanti) – Valerio Magrelli – Addio al calcio (Einaudi) – e Colum McCann sono invece i vincitori della sezione “Il Germoglio”, dedicata ai migliori libri di narrativa italiana o straniera pubblicati nell’ultimo anno.

Le sette giurie scolastiche hanno scelto come supervincitore McCann per Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli). I quattro scrittori hanno incontrato lettori e studenti. Al primo appuntamento di Monforte hanno fatto seguito gli incontri con Vila-Matas a Torino e di Colum McCann con gli studenti delle scuole di Alba, Saluzzo e Torino delle giurie scolastiche.

e.p.

Enrique Vila-Matas

Lo scrittore spagnolo, autore di una vasta, provocatoria opera narrativa, si è aggiudicato il premio per la sezione “La Quercia”, dedicata a Mario Lattes. Nella sua opera mescola realtà e finzione.

Da che cosa prende le mosse?

«I miei libri provengono tutti da altri libri che ho scritto precedentemente. Non vogliono rappresentare la vita, ma una realtà diversa, che non rispecchia quella “vera”. Il realismo in letteratura non esiste».

Ha detto che l’ironia le serve, quando scrive, per controllare l’inquietudine. Da cosa nasce questo sentimento?

«Dalla vita. È l’angoscia vitale a provocare uno sguardo ironico sulla vita e a generare la mescolanza tra la tragicità del tema trattato e la comicità della trattazione».

Della crisi europea che cosa pensa?

«Dove vedo il male sono obbligato a sorridere per non rompere l’incantesimo. Prevale ovunque l’egoismo e manca qualcuno che sappia gestire la situazione. Oggi tutto verte sulla finanza, che è anche entrata a far parte del linguaggio: l’unica a parlare una lingua diversa è la letteratura».

Anche il tramonto della stampa e l’avvento dell’era digitale, Internet ed e-book, è un segno di questa crisi?

«Il problema non è nel passaggio dalla stampa al digitale, ma nell’abbassamento di livello del contenuto e nella perdita del pensiero. Per pensare ormai mancano sia il tempo, sia lo spazio».

Colum McCann

Leggendo il suo libro, inevitabilmente riaffiora alla memoria l’episodio del crollo delle Twin Towers. «Il riferimento all’11 settembre è intenzionale. Desideravo realizzare un romanzo che parlasse degli attentati perché il modo migliore per uscire da quell’esperienza, che ha toccato anche la mia famiglia, era scriverne. L’ho fatto parlando di quella camminata – nella New York del 1974 Philippe Petit in equilibrio su un cavo d’acciaio percorse lo spazio tra le Torri gemelle, nda – che è la stessa che tutti noi compiamo nella vita, alla ricerca di un equilibrio, cercando di fare del nostro meglio per recuperare un po’ di grazia anche dalle tenebre, per guarire dalle ferite che la vita ci ha provocato».

Questo bacio vada al mondo intero è un romanzo corale, che dà voce a personaggi di varia provenienza ed estrazione sociale. A tenere le fila è proprio il funambolo, accomunato agli altri da una vita vissuta “sul filo”, nella costante ricerca di equilibrio. Crede che nella vita un equilibrio esista?

«Non credo ci sia dato di raggiungere mai un equilibrio, se non per pochi istanti, anche se noi tendiamo sempre a esso. È proprio questa tensione ad affascinarmi, così come il rischio di cadere, cioè di fallire nella vita. In questo, il funambolo siamo noi. La vita può essere bella o brutta ma, parafrasando Samuel Beckett, può e deve andare avanti».

Qual è il suo atteggiamento nei confronti dell’America e del mondo di oggi?

«L’America degli anni Settanta era più arrogante, mentre oggi ha imparato a dubitare delle proprie convinzioni e a farsi domande, anche se la guerra in Vietnam è paragonabile a quella in Iraq. Io sono un cinico e credo che ogni ottimista debba esserlo, in fondo al cuore, perché il cinismo nei confronti della situazione attuale è la molla migliore che ci deve spingere verso il cambiamento di tutto quello che non va». Il suo primo approccio con la scrittura è stato in veste di giornalista. Come è avvenuto il passaggio alla letteratura? «Ho cominciato, ancora molto giovane, a scrivere per la stampa perché provengo da una famiglia di giornalisti. Ho smesso per scrivere romanzi. Per me un articolo è equiparabile a un’opera letteraria. È la scelta del mondo da descrivere a essere importante. Siamo nell’era di Internet e anche i giornali locali possono essere letti in tutto il mondo, per cui ritengo che il giornalista non valga meno dello scrittore, anzi: il giornalismo è in un certo senso un modo nuovo di fare letteratura e ogni buon giornalista è potenzialmente un buono scrittore».

Caterina Bonvicini

La scrittrice bolognese è l’autrice di Il sorriso lento, edito da Garzanti. Quanto c’è di autobiografico in quest’opera?

«Parte da un’esperienza autobiografica. Il rapporto d’amicizia attorno al quale ruota la prima parte mi riguarda direttamente. Lisa era Gioia, la mia migliore amica, e il personaggio del romanzo la rispecchia fedelmente, mentre gli altri si ispirano a miei amici, ma sono immaginari. Scrivendone, ho voluto perpetuarne il ricordo».

La morte è al centro del romanzo, almeno quanto lo è l’amore, eppure la sua scrittura pullula di vita.

«La morte fa parte della vita e si confronta costantemente con essa. Io ho scelto di raccontarla dal punto di vista della vita per rispecchiare la vitalità della mia amica, che seppe affrontare la malattia e la morte lottando, senza mai arrendersi. Il mestiere di scrivere è un continuo interrogarsi sul senso della vita, ecco perché al centro dei miei libri c’è sempre la fragilità dell’esistenza».

Ci anticipa qualcosa sul suo prossimo libro?

«Sto scrivendo un romanzo, questa volta immaginario, d’amore. Parlerò di una coppia che si conosce fin dall’infanzia e alla loro storia faranno da scenario trent’anni d’Italia. Questo mi permetterà di parlare anche della politica attuale e della crisi che attraversa il nostro Paese».

Valerio Magrelli

Traduttore, saggista, professore di Letteratura francese all’Università di Cassino e poeta, Magrelli ha scritto Addio al calcio. Come nasce quest’opera?

«Ho scritto questo libro di slancio, partendo dalla mia autobiografia. Mostra un rapporto generazionale, attraverso il calcio visto come elemento di trasmissione e marca identitaria della nostra Italia. Prende le mosse dal confronto tra tre generazioni: io, mio figlio e mio padre ci siamo confrontati sul tema del calcio e suicambiamenti che questo ha subìto negli anni. Fino agli anni Sessanta, si confondeva con la liturgia, essendo, proprio come la Messa, l’appuntamento domenicale. Poi questo legame si è spezzato, il calcio è diventato feriale e ha smesso di scandire il ritmo delle nostre vite».

Da poeta è diventato prosatore e con Addio al calcio ha scelto di farlo con novanta racconti da un minutoeacomporreunromanzodiviso in due tempi.

«Nella narrativa mi sento “in trasferta”. Io conosco a fondo la poesia, ma della prosa mi piace la libertà.Amogiocare con le forme espressive, trovare un modo di esprimersi che corrisponda al proprio sentire. Addio al calcio è un rincorrersi di aneddoti e ricordi: ogni pagina va vista come se fosse un fotogramma».

Elisa Pira