La famiglia che adottò duecento bambini

C’è un’intonazione a metà tra l’entusiasmo bambino e l’ostinazione adulta nella voce di Mino Dellapiana, albese, padre di famiglia. Lui e sua moglie Grazia ci invitano a sedere in un salotto bene arredato e luminoso, nel loro appartamento di corso Langhe.

Mino e Grazia avevano già una figlia biologica, Chiara, di 5 anni. Decisero d’intraprendere il percorso dell’adozione internazionale: pochi mesi più tardi, una neonata di sei mesi, Cristina, giungeva ad Alba. Direttamente dall’India. Conosciamo anche lei, Cristina, nell’appartamento di corso Langhe. Ormai è sposata, ne è passato di tempo. C’è un’atmosfera di gratitudine, l’impressione è di essere in un crocevia fortunato. Successe così, racconta Mino: «Quando Cristina compì 15 anni, volle vedere il luogo dov’era nata. Così, tutti insieme, facemmo le valigie e partimmo per l’India. Finito il viaggio tornammo con due foto nella valigia, bambini disabili e indigenti, bisognosi di un sostegno per sperare in una vita dignitosa». Le foto le avevano prese dalle suore e dagli operatori delle comunità umanitarie indiane.

Così ha avuto inizio la “moltiplicazione” dell’adozione da parte dei Dellapiana. L’idea venne naturale: creare un progetto per favorire le adozioni a distanza e salvare centinaia di bambini. L’accudimento iniziale verso Cristina si estese, con modalità diverse, a innumerevoli destinatari. Dopo un paziente lavoro di progettazione nacque Isa onlus, l’associazione albese che lavora a stretto contatto con padre Anthony, indiano, un tempo collaboratore di madre Teresa di Calcutta.

Padre Anthony opera in India a seguito di numerosi programmi umanitari. Con alcune di queste iniziative collabora Isa onlus: a Nuova Delhi, in una struttura di supporto per 130 ex ragazzi di strada che vivevano, prima dell’ingresso in “comunità”, di espedienti tra i vagoni dei treni. AKavumkandam, in una casa che accoglie piccoli con trascorsi di abbandono, deprivazione o precarietà. Oa Sennathur, nell’asilo di 40 bambini altrettanto inermi. Racconta Dellapiana: «Con i maschi ci sono più problemi, tendono a scappare, a tornare alla vita di strada da cui cerchiamo di emanciparli. Con le femmine è più facile, rimangono nei villaggi o nelle “case” più volentieri». Isa cerca di offrire il proprio supporto a distanza. Ancora Dellapiana: «Ad Alba abbiamo radunato circa 200 famiglie che hanno adottato altrettanti bambini. Con 15 euro almese garantiamo loro un pasto, gli studi, i vestiti. Il necessario per condurre una vita degna di tale nome. Ogni tanto avviamo progetti collaterali: ad esempio, per il villaggio di Sennathur, abbiamo comperato due mucche da latte, una macchina elettrica per cucire, un parco giochi con giostrine, e finanziato la costruzione di alcune docce».

Quando ci alziamo dal divano, sul tavolo rimangono le lettere di presentazione e le foto di tre bambine del Sud dell’India. Bambine che non proseguiranno gli studi, a meno che qualcuno non le soccorra, non le adotti a distanza, come si dice qui. Sul sito www.isaonlus.org è possibile intervenire, contattare Mino e gli altri volontari dell’associazione. «Meno di un caffè al giorno», ricorda Grazia al momento del congedo, è il costo per lenire dolori inimmaginabili. E contribuire così al percorso di adozione della sofferenza intrapreso trent’anni fa da una famiglia, grazie all’arrivo di una bambina.

Matteo Viberti