Niente Asti per l’Asti

Iniziata male, è finita peggio la questione che vedeva il Comune di Asti rivendicare il proprio inserimento nella zona di origine del Moscato d’Asti e dell’Asti Docg. Il Comitato nazionale vini, nella seduta del 15 e 16 novembre, non ha potuto varare l’ampliamento della zona di origine della docg “Asti” perché nella votazione non è stata raggiunta la maggioranza qualificata richiesta dalla legge: rispetto ai 29 voti totali, i 21 favorevoli non hanno portato a casa quel 75%necessario (è mancato solo un voto!) ad approvare la modifica e così hanno avuto ragione gli 8 contrari.

Il diniego romano è seguito di pochi giorni alle due bocciature avvenute a livello piemontese: la prima a Canelli l’11 novembre, quando circa 500 viticoltori chiamati a esprimere il loro parere dall’Assessorato regionale hanno detto di no; la seconda il 14 novembre quando il Comitato vitivinicolo regionale ha recepito l’orientamento emerso nell’assemblea canellese. Al momento, quindi, la “terza isola” della zona dell’Asti Docg non si farà e il territorio di origine delle uve Moscato per tale denominazione rimarrà immutato. Purtroppo, una questione che poteva limitarsi a un fatto eminentemente tecnico e normativo, ha vestito altri panni e ha dato vita a una querelle che rischia in futuro di avere strascichi ulteriori.

Tutto è iniziato a maggio 2008, quando un decreto inatteso del Ministero per le politiche agricole a firma di Paolo De Castro ha modificato il disciplinare di produzione dell’Asti includendo nella zona di origine l’intero territorio del Comune capoluogo. È stato prima di tutto questo modus operandi a scatenare la reazione, perché molti dei protagonisti della filiera hanno visto in tale decreto un’imposizione calata dall’alto e pilotata da chi avrebbe avuto interesse a ottenere un ampliamento del genere, in particolare la casa vinicola Zonin, titolare di vigneti a Moscato nella tenuta Castello del Poggio, nel Comune di Asti. Da allora, sono seguiti tre anni di accuse e controaccuse, ricorsi e sparate sui giornali, di veleni e ipotesi di soluzione, ma alla fine la matassa non è stata dipanata.

È vero che c’è un dato storico inconfutabile e cioè che, fin da quando l’Asti e il Moscato d’Asti sono stati riconosciuti prima “vini tipici di pregio” (anni ’30) e poi doc (1967) e docg (1993), il territorio del Comune di Asti è mai stato incluso nella loro zona di origine. È vero anche che a livello territoriale Asti non è confinante con la zona e storicamente non può vantare una tradizione consolidata di coltivazione del Moscato.Maci sono contraddizioni che rischiano di pesare sugli sviluppi futuri. Da un lato c’è già chi si stupisce che l’Asti sia l’unica denominazione che non ha nella sua zona di origine l’unità amministrativa che dà il nome alla docg. Dall’altro, c’è chi si meraviglia che preoccupino 25 ettari in più di Moscato, quando la zona reale dell’Asti ne conta circa 10.000 e in questo momento proprio in tale zona si sta chiedendo di aprire a nuovi vigneti.

Anche per questo si ha la sensazione che la questione non finisca qui. Circolano già ipotesi di altri confronti, di nuovi ricorsi da parte della Zonin, stavolta alla Corte di giustizia europea, con ulteriore dispendio di risorse ed energie che potrebbero essere meglio indirizzate ai temi tecnici e di immagine. Se è vero che per legge l’unità amministrativa che dà il nome a una denominazione dev’essere inclusa nella sua zona di origine, pare logico chiedersi se non fosse stata possibile una soluzione di compromesso, magari chiedendo a tutti di rinunciare a qualcosa. Ma forse, al punto in cui siamo, è una domanda superflua.

Giancarlo Montaldo