Capitalismo selvaggio

Parliamo con Debora Serracchiani, europarlamentare del Partito democratico, a margine di un incontro cuneese. L’attività che da quasi tre anni svolge tra Bruxelles e Strasburgo, il suo ruolo nella Commissione trasporti e turismo e nella Commissione giustizia, la sua giovane età (42 anni per un politico in Italia sono pochi), ma soprattutto il suo atteggiamento privo di compromessi la rendono una delle voci più autorevoli e amate del panorama nostrano.

Parliamo del futuro. Come vede il Paese, Serracchiani? Quali linee strategiche dovrebbe seguire il Governo di Mario Monti per riassestare i conti?

«Il futuro dell’Italia e dell’Europa è colmo di incertezze. Ma, preso atto delle difficoltà, dobbiamo saper cogliere nella crisi anche l’opportunità di fare le riforme che da troppo tempo il Paese attende. Il Governo Monti ha attuato politiche di grande rigore, a partire dalle quali l’Italia ha ritrovato una credibilità internazionale e messo un freno alla corsa verso il baratro dei conti pubblici. Ora servono provvedimenti per modernizzare il Paese e per far ripartire l’economia. A cominciare da nuove regole, che consentano di rendere efficiente il settore pubblico e più competitivo quello privato. Prima di tutto, si devono eliminare le sacche di privilegio e le “caste” piccole e grandi che si annidano nelle pieghe del sistema».

L’assunto da cui parte è quello della crescita. Non crede che un sistema fondato sul “mito” della crescita perpetua sia prima o poi destinato a fallire?

«È un dilemma che poneva già Pierpaolo Pasolini quando distingueva “progresso” da “sviluppo”. Una crescita cieca e ossessiva non è positiva neanche per l’economia. Gli ultimi anni ci hanno insegnato che non conta solo crescere – obiettivo comunque centrale –,maconta molto anche come farlo, a quali obiettivi anelare e con quali regole. Crescere vuol dire anche sfruttare meglio le risorse (paesaggistiche, ambientali,umane) che abbiamo a disposizione. Faccio un esempio: possiamo ancora permetterci di consumare suolo come se fosse infinito? Onon è forse meglio favorire la ristrutturazione al posto della nuova edificazione? ».

Eppure, non bisogna dimenticare che dietro le scelte politiche ci sono individui ed elettori. In cosa dovrebbe cambiare la mentalità del singolo, perché le cose vadano meglio?

«Credo che in Italia debbano radicarsi con urgenza due princìpi: il senso di comunità e il principio di legalità. Entrambi devono diventare la filosofia di vita di un Paese in cui i “furbi” hanno ancora troppo spesso ragione sui meritevoli. Ciò che in questi giorni vediamo succedere a due temi come le liberalizzazioni e la lotta all’evasione è emblematico. A parole tutti sono favorevoli, salvo poi ricredersi non appena vengono toccati gli interessi particolari. In Italia c’è un’area grigia d’illegalità troppo larga, in cui vivono familismo, tolleranza ambigua, convenienze reciproche, che è il contrario della cultura civica e del senso dello Stato. Oci libereremo da questi deteriori retaggi oppure ci incaglieremo. E allora non potremo lamentarci se saremo meno autonomi e autorevoli».

C’è poi il discorso della finanza, delle agenzie di rating e della speculazione, “mostri” sui quali l’individuo non ha alcun potere, ma della cui esistenza sopporta le conseguenze.

«Il taglio del rating che si è abbattuto la scorsa settimana su un’Europa che cercava e cerca di risollevarsi dalla crisi è un duro colpo. Ma è inutile resuscitare i fantasmi del complotto finanziario internazionale. La realtà è che fino a un certo punto gli effetti della speculazione finanziaria sono sembrati positivi e quindi non si è provveduto a metterle le briglie. Non lo hanno fatto gli Stati Uniti, dove è esplosa la “bolla”, e non ci abbiamo pensato in Europa, dove tutto sommato ci piaceva l’idea di una locomotiva americana piena di dollari da investire.

Oggi sentiamo il compassato commissario europeo Olli Rehn affermare che le agenzie di rating non sono istituti di ricerca imparziali, ma hanno i loro interessi e svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa. Bisogna imparare la lezione e capire che se i famosi “spiriti animali” del capitalismo non vanno demonizzati, non possiamo nemmeno lasciarli scorrazzare selvaggi in una giungla senza regole».

Matteo Viberti