Tra i cimeli del vecchio carcere

In città c’è un piccolo museo che la maggior parte degli albesi non conosce. Allestito in una stanza della casa circondariale Giuseppe Montalto, custodisce arredi e cimeli del vecchio carcere San Giuseppe, chiuso nel 1986. La dirigenza dalla Casa circondariale (la direttrice Giuseppina Piscioneri, il comandante della Polizia penitenziaria Alessandro Catacchio e il capo area contabilità Agostino Giuliano) vorrebbe valorizzarlo maggiormente (nei limiti di quanto si può fare per uno spazio all’interno di un carcere), ma il problema è sempre il solito: la mancanza di fondi.

Anche quest’anno, i tagli si sono fatti sentire ed è difficile pensare a nuovi progetti accanto a quelli avviati. Il piccolo museo è stato allestito una ventina d’anni fa dall’allora direttore Enrico Cotilli, che fu l’ultimo a dirigere il San Giuseppe e riuscì a evitare che il materiale prendesse la strada di Roma, sede del museo della Polizia penitenziaria.

A farci da guida nel museo della Casa circondariale Pietro Schiavano, agente di Polizia penitenziaria, in pensione, che prestò servizio per cinque anni al San Giuseppe prima della chiusura. Con lui, i colleghi in servizio Giuseppe Maruccia e Mauro d’Agostini.

«Nel vecchio carcere c’erano appena cinque celle, che potevano ospitare 5-6 detenuti, ma in alcuni casi si arrivò anche ad avere una quarantina di reclusi. Gli agenti erano 13-14. Non c’era un direttore in pianta stabile; veniva un paio di giorni alla settimana, in missione da un carcere più grande. Per il riscaldamento si utilizzavano stufe a legna collocate al centro delle stanze», racconta Schiavano. Una di quelle stufe è conservata nel museo, assieme ad altri cimeli che raccontano la storia del vecchio carcere situato nei vicoli del centro storico, a pochi passi dalMunicipio e dalla chiesa di San Giuseppe.

Tra gli oggetti esposti, una rudimentale calcolatrice Olivetti, una macchina da cucire Necchi utilizzata dal “rattoppino” (il detenuto che aveva il compito di rammendare le divise di guardie e carcerati), caraffe e bicchieri d’alluminio, il bugliolo, le chiavi delle celle, il registro delle udienze dal Direttore, l’inginocchiatoio e l’acquasantiera della cappella, un dipinto a olio di soggetto sacro purtroppo in pessime condizioni, la bilancia per pesare ciò che il fruttivendolo veniva a vendere in carcere e la cassaforte usata per custodire gli effetti personali dei detenuti. Per aprirla servivano tre chiavi, custodite da tre persone diverse.

Ma l’oggetto più curioso è il “misuratore del cranio”, strumento figlio delle teorie dell’antropologo ottocentesco Cesare Lombroso secondo il quale l’origine del comportamento criminale è legata alle caratteristiche anatomiche della persona.

Tra gli indumenti esposti, una divisa da detenuto estiva (a righe e con i pantaloni corti) e un abito grigio che veniva fatto indossare ai carcerati quando andavano in Tribunale per i processi, trasferimento che avveniva spesso a piedi, visto che da vicolo San Giuseppe al Palazzo di giustizia di piazza San Francesco c’erano poche centinaia di metri.

Ma forse il cimelio più importante dal punto di vista storico è il registro matricola sul quale si annotavano gli ingressi dei detenuti. Nelle pagine dell’autunno 1944, subito dopo i “23 giorni” narrati da Beppe Fenoglio, si incontrano nomi legati alla Resistenza albese, o alla storia sportiva della città, come il portiere della Juventus Beppe Perucchetti, sfollato ad Alba con la squadra bianconera nel 1942 e incarcerato per sospetta collusione con i partigiani, trasferito poi a Torino e liberato alla fine della guerra. Sulla pagina di sinistra il registro matricola riporta dati anagrafici del detenuto, impronte digitali, motivo dell’arresto e data di reclusione.

Sulla pagina di fronte, in alcuni casi, solo una croce e la data di morte; spesso il giorno successivo. A quei tempi, la permanenza al San Giuseppe poteva durare anche una sola notte.

Corrado Olocco