Memoria

È difficile riuscire a rendere in modo serio ed efficace, soprattutto fedele alla storia vissuta da protagonisti, sia pure molto in piccolo ma con piena e convinta partecipazione, quello che è stato, fuori dubbio, l’evento più grande del secolo scorso dal punto di vista ecclesiale ma non solo, anzi probabilmente il più significativo degli ultimi quattro secoli, dalla fine del ’500 a Trento, vale a dire il Concilio Vaticano II.
Rievocare le attese, le speranze, il clima spirituale e sociale, gli entusiasmi, forse un tantino ingenui ma sinceri, dell’epoca è cosa ardua, anzi quasi impossibile. Nessuna meraviglia, poiché questa difficoltà è perfettamente naturale, tipica di ogni contesto narrativo, quando chi ha vissuto un’esperienza, soprattutto se importante e coinvolgente, in prima persona, tenta di raccontarla a chi è venuto dopo.

Gli esempi sono innumerevoli; basti pensare alla dolorosa tragedia dell’ultima guerra, in modo particolare a quella in casa, della Resistenza e della Liberazione. Molto sommessamente perciò vorremmo provare, quasi a modo di introduzione sul tema, noi che c’eravamo (non da Padri conciliari, grazia non comune storicamente concessa a pochi, certamente però non estranei bensì molto interessati e attenti) a fare memoria di quella autentica avventura dello Spirito e della Chiesa che, piaccia o no, ha segnato, segna e segnerà ancora (speriamo!) per molto tempo la nostra vita di credenti. Ripromettendoci di rileggere o almeno richiamare i principali contenuti trattati dal Vaticano II, in queste prime “puntate” ci limitiamo a una breve riflessione imperniata su tre possibili spunti: memoria, attualità, impegno. Qualcuno potrebbe obiettare subito che questo primo modo di porsi di fronte al Concilio (che si può anche definire, come si è espresso autorevolmente il card. Martini, nostalgia) è comprensibile e spiegabile ma vacuo e ormai di poco conto, tipico dei “reduci”, legato appunto al passato, ai famosi anni ’60.

Certo molte cose sono cambiate da allora e nella società e nella Chiesa stessa. Ciò non toglie però che non tutte le epoche siano eguali come portata storica e alcuni avvenimenti siano quasi unici e irripetibili, con effetti durevoli per secoli interi. Stando al nostro ambito ecclesiale è indubbio che in ogni caso il Vaticano II è stato uno di questi alla grande, comunque lo si voglia interpretare: la controprova? Viene proprio, ironia della sorte!, dai prevenuti detrattori del Concilio che, nell’intento di svalutarlo, di fatto gli hanno attribuito, demonizzandole, delle “novità” sconvolgenti che non sono altro che riscoperte bibliche, patristiche giustamente rimesse in luce.

Ora tenendo conto di quello che appunto è avvenuto in quei tre anni di vera grazia (la Chiesa cattolica intera a “rapporto” di fronte allo Spirito e al mondo tutto), si può capire, almeno in parte, che chi ha avuto la grazia di viverne l’attesa, la preparazione sia remota (pensiamo ai grandi studi e movimenti biblici, liturgici, ecumenici) sia prossima nella preghiera, nei dibattiti e poi la celebrazione con i testi definitivi, magari già in pieno servizio pastorale (personalmente da parroco), non possa non rivivere oggi le grandi speranze in un profondo rinnovamento della vita ecclesiale, tanto all’interno della comunità cristiana, quanto nello stile della sua missione verso il mondo. Qualcuno dice e sostiene che allora si è peccato in basso e in alto di troppo ottimismo; può darsi, ma è certo in ogni caso che in quegli anni nella Chiesa, specie in quella che è in Italia, si respirava meglio!

(1-continua)

mons. Sebastiano Dho

Foto David Lees, Corbis