Giustizia efficiente, Paese competitivo

Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, professore universitario, deputato in tre legislature, ha presentato alla fondazione Ferrero il suo libro La fatica dei giusti. Come la giustizia può funzionare. Una serie di riflessioni grazie alle quali si scopre, tra l’altro, che la «produttività» civile e penale italiane sono tra le più alte in Europa, nonostante la mancanza di magistrati e di altre figure professionali, ma è in un sistema che ha urgente bisogno di una riforma. L’«insostenibilità del sistema giustizia», di cui parla Vietti, invita a un ripensamento che riesca ad alleviare quello che è diventato anche un grave peso economico che costa al Paese l’uno per cento del Pil.

Chi sono i “giusti” del titolo? «Ho voluto ricomprendere nella categoria non solo gli operatori della giustizia, comei magistrati, gli avvocati, i notai, coloro che per professione si occupano di diritto, ma tutti coloro che nella vita quotidiana contribuiscono a rispettare le regole. Il rispetto delle regole è la condizione perché ci sia convivenza civile, la premessa della legalità che è la condizione necessaria e sufficiente perché si possa vivere ordinatamente insieme. Forse il più giusto di tutti è il cittadino che non ha mai a che fare con il sistema giudiziario proprio perché rispetta le regole, non contribuisce ad affaticare il sistema ma aiuta a farlo funzionare meglio».

È possibile che la giustizia ritorni a essere uno strumento a favore del cittadino? «È stata vista per troppo tempo solo come potere dello Stato in contrasto o addirittura in conflitto con gli altri poteri, in una logica di continuo braccio di ferro in cui l’uno doveva predominare sull’altro. Questo ha determinato non solo un clima di pericolosa tensione, che si è scatenata su tutte le istituzioni e sulla stessa vita democratica, ma soprattutto ha portato a una condizione di stasi e di incapacità di cambiare. Il conflitto è diventato un grande alibi per cambiare niente. Forse possiamo uscire da questa logica e passare alla concezione della giustizia come servizio per i cittadini, che hanno diritto di avere risposte alle loro esigenze quotidiane di sapere, in caso di conflitto, chi abbia torto o ragione».

Che peso ha la crisi economica sulla giustizia? «Le crisi hanno anche un risvolto di opportunità: permettono di rimettere in discussone lo status quo. Può essere il momento in cui ci rendiamo conto che avere un sistema giudiziario efficiente è un elemento di competitività per tutto il Paese. E, nel momento in cui dobbiamo recuperare in termini di crescita economica, la maggiore efficienza del sistema giudiziario può aiutarci in questa sfida. La giustizia non come un settore avulso dalla vita sociale, ma come uno dei suoi elementi di maggior competitività».

E come si affronta il problema della diminuzione delle risorse? «Le risorse della giustizia sono limitate in termini di magistrati, personale e strutture, e di conseguenza abbiamo un’unica strada: una migliore distribuzione di quelle esistenti. Una ripartizione più razionale, che badi innanzitutto a una geografia giudiziaria che non può riprodurre quella dell’Ottocento, che consenta delle aggregazioni che facciano dell’economia di scala e che permetta anche la specializzazione del magistrato».

Alessandro Costa

foto Ansa di Meo