ITALIA. Nuove prospettive

Gli stereotipi e il senso comune servono a semplificare la realtà, a mettere ordine in un mondo complesso e caotico. Eppure, è proprio a causa di questi “errori” che vengono a crearsi otturazioni e slogature della società, aggiustabili solo attraverso cambi di prospettiva.

Lo scopo del convegno cuneese del 2 marzo – due giorni di conferenze Rappresentare l’Italia, organizzata dalla fondazione Cassa di risparmio di Cuneo – era fotografare il Paese da angolature inedite. Lavoro che cambia. Il primo “lavoro” di cambiamento deve partire dalla “rappresentazione” che ciascuno ha del luogo in cui vive. Come ha spiegato Angelo Picchierri, dell’Università di Torino, «è opinione comune che la differenziazione della società, ad esempio nelle sfere economica, politica, sociale, eccetera, sia cosa buona e auspicabile. Dobbiamo superare questo preconcetto, secondo cui la specializzazione è sinonimo di utilità. Bisogna cominciare a cogliere e valorizzare i legami, i fattori di integrazione e di collegamento tra le sfere». E soprattutto, servono ribaltamenti d’immagine su aree cruciali come quella lavorativa. Picchierri: «Il lavoro è spesso considerato come fattore di produzione. Eppure, nella struttura istituzionale è il Ministero del welfare che si occupa del lavoro. Cosa significa? Che il lavoro è un fattore di coesione sociale. Favorisce l’appartenenza, ancor prima di produrre valore materiale».

Economia dappertutto. Agli interventi di stampo “filosofico” si alternano, a cadenza regolare, quelli economici. Ma le due “sfere”, finanza e filosofia, si intersecano irreparabilmente. Lo dice tra le righe Massimo Bordignon, dell’Università cattolica di Milano. Ad esempio: «Quando decidiamo di “non tassare le case”, rispondiamo a un preciso processo di pensiero: favorire le vecchie generazioni, lasciare da parte i giovani. Semplicemente perché i giovani, una casa, non ce l’hanno ». Inoltre, dice il professore, «viviamo in un Paese dove, se vuoi diventare ricco, ti viene impedito a tutti i costi: tassando le Pmi, il lavoro dipendente, eccetera. Se invece sei nato già ricco, hai la strada spianata: poca o nessuna tassazione sui redditi alti, completa libertà sulle transazioni finanziarie». Squilibri.

Altro contributo è quello di Michel Savy, dell’Università di Parigi Est. Al pubblico cuneese il relatore riferisce delle nuove “tendenze” di pensiero francesi, secondo le quali occorre «cambiare le visioni politiche e sottometterle ai dati scientifici e tecnici, soprattutto nel campo delle infrastrutture. Dobbiamo uscire da una visione scientista, vecchia e naïf, valorizzando l’esistente: ad esempio, in Francia si rinuncerà poco per volta ai treni che viaggiano ai 350 chilometri all’ora. Si prediligeranno velocità più contenute, in favore di una migliore percorribilità sui tratti ferroviari già operativi ». Spunti, frammenti e azzardi: il convegno propone suggestioni sparpagliate, ma che alla fine compongono un puzzle ordinato. Uno sforzo collettivo per abbracciare visioni più complesse di una crisi dura da estirpare. L’unica pecca è una gaffe linguistica: Rappresentare l’Italia, il titolo della conferenza. Peccato che, tra i 33 relatori, solo due donne siano state invitate. Negligenza che sembra ripercorrere gli storici “squilibri” e dissimmetrie che il convegno, ambizioso, si proponeva di scalzare.

Matteo Viberti

Foto Ansa

Chittolina: «Il tallone d’Achille della Granda è la scarsa coesione sociale ed economica»

Analisi – Franco Chittolina è il responsabile del centro studi della fondazione Cassa di risparmio di Cuneo.

Il convegno Rappresentare l’Italia dipingeva nuove filosofie, nuove visioni del contesto socioeconomico. Saprebbe proporre una descrizione “alternativa” del cuneese? Ad esempio, quali sono le nostre principali debolezze? «La nostra provincia mostra un grande tallone d’Achille. A livello economico e sociale siamo poco coesi, siamo frammentari e altamente specializzati. Ad esempio, Alba e Cuneo si distinguono tra loro per proprietà industriali, dinamiche interne, vivacità sociale. Com’è giusto che sia. Ad Alba è preponderante l’aspetto imprenditoriale, a Cuneo quello agricolo. Eppure, la comunicazione tra le due realtà risulta molto difficile. C’è grande parcellizzazione, i cittadini si percepiscono sovente come separati e distanti».

Quindi, secondo lei, la situazione locale non dimostra di possedere “anticorpi” particolari alla crisi rispetto ad altre zone d’Italia? «Diciamo che l’incontro sommatorio delle molte eccellenze presenti in provincia sortisce un effetto funzionale e capace di garantire buoni risultati economici. Ma l’assetto non è sufficiente a risolvere la crisi. Anche se la tenuta dell’occupazione è buona, dovremmo ripensare ai modelli di produzione». I quali però derivano e dipendono da persone reali, da individui concreti. «Credo infatti che un altro problema locale riguardi il capitale umano. In provincia, statisticamente, il livello di istruzione si è abbassato rispetto al passato. Si contano innumerevoli appartenenti alle nuove generazioni che hanno interrotto prematuramente il percorso di studi per iniziare a lavorare. Dobbiamo impegnarci per riabilitare questa branca “esistenziale”».

In questo discorso, che cosa pensa della politica nostrana? «Gli amministratori comunali e provinciali, dovendo gestire la “quotidianità”, rappresentano una forza cruciale, ma dispongono di una limitata capacità di influenzare gli eventi macroscopici. È a livello regionale che i politici dovrebbero fare la differenza. A oggi si sono dimostrati, in una parola, poco innovativi ».

m.v.