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Moscato, mille ettari in più?

Nel mondo del Moscato ci sono novità in vista. Questo è emerso nella conferenza stampa che la sezione“Asti e Acqui” della Vignaioli piemontesi ha tenuto la scorsa settimana ad Asti. Le proposte riguardano anche il Brachetto, ma, per ragioni territoriali, ci limitiamo a illustrare quelle del Moscato. Paolo Ricagno, presidente della sezione “Asti e Acqui” della Vignaioli piemontesi, e Gianluigi Biestro, direttore dell’Associazione stessa, hanno illustrato l’attuale dinamica “offerta-domanda” del settore, indicando una strada praticabile per gestire la cosiddetta “Moscatomania”.

«Il settore nel 2011 ha battuto tutti i record di vendite – ha esordito Ricagno – oltrepassando i 107 milioni di bottiglie tra Asti e Moscato d’Asti. Per contro, la produzione 2011 è stata di 1.096.000 quintali di uva, pari a 822.000 ettolitri di vino. In bottiglie sono 109.600.000 per i due vini. Pertanto, le scorte sono praticamente nulle». Nella logica, un dato del genere dovrebbe essere considerato positivo, visto che colloca l’offerta in una posizione di forza rispetto al mercato. Invece no; nel mondo del Moscato non è così. «Il pericolo, o meglio la certezza – ha proseguito Ricagno –, è che, in presenza nel mondo di un’ulteriore crescita della “Moscatomania” il settore viticolo non saprà mettere a disposizione dell’industria l’uva necessaria a rispondere alla domanda. C’è il rischio che gli acquirenti si rivolgano ad altre zone produttive, creando una situazione problematica adesso e nel futuro».

Proviamo ad analizzare alcuni dati per capire se i timori sono giustificati: due sono i valori che possiamo considerare stabili, la superficie vitata e la resa per ettaro. Il dato 2011 del vignetoMoscato non è ancora disponibile, ma, visto il blocco degli impianti, possiamo riferirci al dato 2010 di 9.724 ettari. Tutt’al più c’è qualcosa in meno, visto che le verifiche di Valoritalia hanno portato alcune riduzioni stimabili in 100-150 ettari. Ragioniamo quindi su 9.600 ettari circa. La resa a ettaro da disciplinare è di 100 quintali, con la possibilità di recuperare aumenti fino al fatidico 20% previsto dalla legge. Quindi, il massimo è 120 quintali di uva.

La potenzialità del vigneto Moscato è vicina al limite, visto che nel 2011 la produzione consentita è stata di 115 quintali a ettaro. È vero che, a quanto pare, la resa effettiva media si è attestata su 112 quintali di uva a ettaro, ma in ogni caso la potenzialità ulteriore resta di appena 8 quintali/ ettaro: dai 9.600 ettari l’ulteriore produzione possibile rispetto al 2011 sarebbe di 76.800 quintali di uva e 10.240.000 bottiglie di vino. Un dato che molti osservatori considerano insufficiente. Ci sarebbe la leva del prezzo, ma a quanto pare questo è un tasto che il mondo dell’Asti non ama. Regna, quindi, nella componente agricola e in quella industriale, il timore di finire fuori mercato. Ecco quindi la proposta della Vignaioli piemontesi: dopo aver consultato in otto riunioni i viticoltori delle zone dove operano le sue cantine sociali, ipotizza di trasformare il blocco degli impianti in blocco delle iscrizioni al potenziale produttivo come capita in altre denominazioni (ad esempio: “Alta Langa”) e progettare un incremento di vigneti fino a 1.000 ettari, suddivisi in tre anni, utilizzando il metodo di gestione del potenziale sperimentato altrove.

«Con un intervento del genere – ha ricordato Biestro – nulla verrà stravolto. Cresceremo per gradi e, se la tendenza di mercato cambiasse, potremo fermarci prima dei 1.000 ettari. Restano due considerazioni da fare: innanzitutto, con il blocco degli impianti che vige da tempo, il vigneto Moscato è invecchiato (20-25 anni) e rischia di non garantire in futuro la produzione necessaria. E poi, decidendo adesso, l’operatività si avrà al massimo nel 2013 e le prime uve da questi impianti nel 2016». Resta da capire come sarà accolta una proposta del genere, prima di tutto dalla parte agricola, il cui carattere principale è la divisione. “Gli uni contro gli altri armati”, si diceva una volta. Èproprio il caso del Moscato, dove operano almeno quattro raggruppamenti di produttori: oltre alla sezione “Asti e Acqui” della Vignaioli piemontesi, c’è la Produttori Moscato associati, l’associazione Moscatellum e Confagrimoscato. E non dimentichiamo il Ctm (Coordinamento terre del Moscato) e gli eventuali “viticoltori indipendenti” che potrebbero non riconoscersi in nessuna di queste sigle.

Giancarlo Montaldo