Ritratti di donne dipinti da donne

La solidarietà ha il volto di Torino

ELENA. L’aereo si sta alzando, Elena ha ancora gli occhi lucidi, ha appena salutato Tatiana, Virgil e gli amici italiani che sono venuti ad accompagnare lei e Jonut a Caselle. Ci sono stati baci, abbracci e lacrime con quelle persone che hanno condiviso con loro un lungo anno di vita.

Jonut si affanna a guardare dal finestrino Torino che si allontana. Quando l’anno scorso era venuto in Italia era troppo debole e fragile, si reggeva a malapena in piedi e aveva effettuato il viaggio in una specie di torpore, con quel suo fisico che ogni giorno perdeva un po’ di vitalità, con la mente stanca e l’incubo di quella parola: leucemia. Ora invece è diverso. Elena chiude gli occhi e, come in un film, ripercorre tutta la storia. «Aprile: Jonut, il secondogenito, vivace e scavezzacollo, da qualche tempo è cambiato, non ha voglia di giocare, dice di essere stanco e si fa sempre più pallido. Il verdetto del medico è pesante: leucemia. A giugno si va a Bucarest, in ospedale, dove tutto si paga, e si comincia con le trasfusioni di sangue. Jonut ha bisogno di chemioterapia, che costa 300 euro. Si pensa al trapianto di midollo, ma i fratelli non sono compatibili. I medici consigliano di cercare un ospedale all’estero, Austria, Germania, Italia. Ma ci vuole il denaro. Tatiana e Virgil, i cugini che vivono a Torino, con altri amici riescono ad attivare una catena di solidarietà: trovano un ospedale, una casa e provvedono alle spese di viaggio.

Arriviamo a Torino il 26 dicembre, veniamo sistemati nella casa dell’Unione genitori italiani, una struttura realizzata per ospitare i familiari dei ricoverati nel Regina Margherita. Io non conosco l’italiano ma ci sono Tatiana e Virgil. Si riparte con la chemio, nausea, perdita dei capelli e delle unghie, difese immunitarie ridotte a zero. Molte trasfusioni non senza qualche problema. Poi, poco per volta, la ripresa, circondati da personale competente e amico: Massimo, Sebastian, Stefano e altri ancora. E viene anche la scuola: all’ospedale si possono seguire i corsi e Jonut, che ha già imparato l’italiano, inizia la terza media.

La casa Ugi è bellissima, dalla parete finestra si vede tutta la collina, abbiamo il computer con Internet. Jonut, quando è a casa, preferisce giocare con la play station e il suo interesse per i giochi o per le ricerche mi dà il segno del miglioramento. Ha appeso al vetro della finestra la maglia di Del Piero, tifava Juventus già in Romania e quella maglia è per lui un dono prezioso da far vedere al mondo intero». Dall’aereo: «Il comandante informa i signori viaggiatori che tra pochi minuti atterreremo a Bucarest, con l’augurio di avervi ancora ospiti della nostra compagnia». Certo che sì, pensa Elena; «ad aprile saremo a Torino per la visita di controllo, ma adesso torniamo a casa».

Maresita Brandino

Foto Corbis

Il canto, una passione in cui credere

LILIANA. Chi ha detto che dopo i quarant’anni è tardi per inseguire un sogno? Liliana Fantini ha da sempre una passione: il canto. «Ero adolescente », racconta, «e già mi chiudevo in stanza e cantavo, ma solo quando ho compiuto 40 anni ho deciso di dedicarmi alla mia più grande aspirazione. L’idea di rimettersi in gioco in età matura può suscitare qualche dubbio, ma la maggiore competenza e sicurezza di sé offrono vantaggi. È stato proprio a quell’ età che ho deciso d’ iscrivermi a lezioni amatoriali di canto lirico e, nel contempo, ho frequentato un corso di formazione teatrale promosso dalla Famija albèisa, sotto la guida del regista Massimo Scaglione.

Di lì in poi non mi sono più fermata: ho seguito corsi di canto lirico all’istituto musicale Adolfo Gandino di Bra; ho cantato in una formazione corale diretta da Marco Buccolo e poi in un gruppo jazz; lo scorso anno, infine, ho raccolto il frutto di tanta volontà e passione, realizzando il mio sogno: l’incisione di un cd con testi e musiche di mia composizione insieme ad apprezzati musicisti e con l ’etichetta di una prestigiosa casa discografica. I testi sono il riassunto del mio vissuto, con i suoi alti e bassi, ma sempre con la speranza di un futuro migliore.

Non a caso il titolo dell’ultimo pezzo è Nuova vita. Credo non sia mai troppo tardi per coltivare le proprie aspirazioni e realizzarsi. Alle donne dico: quaranta o cinquant’anni non sono un punto d’ arresto, ma un punto e a capo, cioè l’inizio di una nuova tappa, attraverso la quale si possono raggiungere traguardi. Rinnovarsi e rimettersi in gioco significa continuare a crescere, alimentando la propria ricchezza interiore».

Bruna Bonino

Foto Corbis

Parto per Cambridge

IRENE. Cervelli – albesi – in fuga? Qualcuno, sì. Ad esempio, quello di Irene Monasterolo, 29 anni, la quale spiega come per fare ricerca sia necessario espatriare. «Sono laureata in relazioni internazionali a Pavia», dice Irene. «In Germania sono stata folgorata dal cambiamento socio-economico che stava avvenendo nei Paesi dell’Est e ho cominciato a interessarmi di politica ed economia della transizione. Ho approfondito questi interessi durante periodi di ricerca nei Paesi baltici, Estonia e Lettonia, e con la specializzazione, a Bologna, ho avuto modo di viaggiare molto e ho scritto la tesi specialistica a Budapest. La vita lì era molto stimolante e interessante per una persona giovane che cerca di capire che cosa fare nella vita. Così mi sono trasferita e ho lavorato a Budapest per due anni prima di tornare in Italia.

Ho capito che volevo vivere di ricerca e ho vinto un dottorato a Bologna, che sto per concludere, in economia e statistica agroalimentare presso il Dipartimento di statistica. In Italia è difficile lavorare nell’ambito della ricerca, a qualsiasi livello e in qualsiasi settore: il mercato del lavoro è bloccato, non si crede nella ricerca vera e propria e si continua a incentivare un sistema basato sulle raccomandazioni e non sul merito; l’unico modo per fare il ricercatore è quindi andarsene. Durante questi anni ho sviluppato un progetto di ricerca, in parte concretizzato nel dottorato e in parte da portare avanti. La prima application (domanda) che ho mandato ha trovato risposta. Fra poche settimane partirò per Cambridge, dove mi fermerò per un dottorato di tre anni al Global substainability institute, che si occupa di sviluppo sostenibile in ambito socioeconomico e finanziario».

a.r.

Foto Corbis

Fotografare con il cuore

IVANA. A 56 anni Ivana Allasia si sente giunta al “traguardo dei sogni”, realizzando immagini di vita quotidiana. «Per i colleghi di lavoro sono sempre stata “Ivana la fotografa” », racconta, «perché in ogni occasione, feste, cene, gite di lavoro o ufficio, ero sempre in prima linea con la mia macchina fotografica. La passione mi è nata sin dall’infanzia, quando ero affascinata nel vedere i nonni scattare immagini, che conservo come preziosi ricordi.

Oggi le mie fotografie parlano delle stagioni e sono fiori, frutti, ortaggi. Sono, pure, scatti di quotidianità, con i colori, le cose “scontate”, che non sempre vediamo con gli occhi del cuore. Ma ci sono anche momenti di festa e paesaggi, mare, spiagge, monti, boschi, albe e tramonti. Ultimamente cerco di raffigurare l’amore attraverso le fotografie della mia nipotina Anna, che con i suoi pochi mesi di vita già mi regala emozionanti espressioni». E poi c’è un progetto solidale. Ancora Ivana: «Con i miei 56 anni mi sento arrivata al “traguardo dei sogni”, quando realizzo i miei quadri fotografici. Così, dopo aver migliorato la tecnica, frequentando i corsi del Gruppo fotografico albese, mi sono iscritta all’associazione Gnomi 2006 di Torino: con i proventi delle mie creazioni aiuto chi non riesce a sostenere le spese per salute e istruzione. E voglio lanciare un messaggio alle donne: esiste un’età, ed è quella più importante, che sentiamo dentro e che vale la pena di essere vissuta, convogliando in positivo le buone energie».

b.b.

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Una famiglia speciale

ORSOLA. «Vivere per se stessi è inutile». Orsola lo ripete con convinzione, seduta davanti a un caffè ormai freddo, tanto è l’entusiasmo di raccontare della sua famiglia, in un susseguirsi di episodi in cui parla in prima persona plurale. Perché il marito e la figlia sono talmente parte di lei che quello che accade a uno si riverbera sugli altri. Anche la disabilità. Che però si trasforma in una diversa opportunità.

«Perché essere negativi serve a nulla», assicura. «L’ho imparato in collegio, dove sono entrata a cinque anni. E quando ho dovuto accettare la diversità di mia figlia e l’incertezza della diagnosi – una delle prove peggiori per un genitore – e poi il malore che ha colpito mio marito, sette anni fa. Ma per me è come prima, come sempre». Ottava di nove figli, Orsola festeggia quest’anno 60 anni, 55 che conosce Gian Franco, 30 di matrimonio, 28 di maternità, 12 alla Consulta delle pari opportunità, 4 dal diploma e 2 in università, Facoltà di psicologia. «Perché la vita è rinnovarsi e fare ciò che amiamo», sostiene. «Io, per fortuna ho l’appoggio della mia famiglia. Loro mi danno l’energia, il confronto mi arricchisce e mi fa crescere. Ma se dovessero chiedermi di mollare, lo farei senza indugio, anche se mi appagano. Perché sono loro i più importanti, sempre».

v.p.

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Donne a pieni voti. Le ho trovate al Cpa

FERNANDA. Spesso le persone che fanno del bene sono quelle di cui si sa meno: non fanno notizia. Eppure sono le loro storie che vorremmo sempre leggere – e scrivere – sui giornali, quelle che ci ridanno fiducia. Questo è il racconto dedicato a Fernanda, che da 15 anni lavora al Centro di prima accoglienza di via Pola. «Sono di Torino e la mia prima esperienza nel campo della ricerca e dell’ aiuto degli altri è stata con i l Gruppo Abele», racconta.«Poi, mi sono sposata, è nata mia figlia Valeria e, per un po’, ho fatto la moglie e la mamma. Quando ci siamo trasferiti ad Alba ho avuto la fortuna d’incontrare un gruppo di donne che ruotavano intorno al Consultorio, grazie alle quali mi sono potuta riavvicinare a quella che era stata la mia esperienza di gioventù. Così è partita l’avventura al Cpa, che mi ha regalato i 15 anni più belli e soddisfacenti della mia vita e grazie alla quale ho potuto non soltanto aiutare, ma ricevere tanto.

In particolare, ho conosciuto tantissime donne a pieno titolo o a pieni voti, direi; trasversalmente, fra tutti i ceti sociali, che mi hanno fatto capire che cosa significhi essere donna. Ognuna ha trovato il suo modo di essere nel suo vivere quotidiano: a volte può significare anche saper dire di “no” o cozzare con gli interessi della famiglia. Di tutto questo devo ringraziare mia mamma Carla, che ha avuto tante difficoltà nella vita, ma le ha superate tutte, con la volontà e attraverso il bene della famiglia; non sarò mai come lei, che fino all’ultimo istante della sua vita ha avuto belle parole per chi le stava intorno, ma sento di non averla delusa; la sento vicina, più ancora che come mamma, come donna».

a.r.

Foto Corbis

Vita da moglie (di un ministro)

ANNA. L’albese Anna Bubbio ha sempre seguito gli spostamenti del marito, l’attuale ministro alla pubblica istruzione, Francesco Profumo, senza dimenticare la sua professione. Anna non nasconde che in questo momento la sua vita abbia preso un ritmo frenetico, ma lei racconta di continuare a fare le cose di sempre: insegnare a Torino – dove vive – nel “suo” liceo, cercando di essere sempre presente, badare alla famiglia, preparare le valigie quando è necessario (questa parte della vita sì che è diventata più veloce) e partire.

Anna Bubbio è nata il 30 giugno 1953 ad Alba, una città alla quale è rimasta molto legata. Lunghi capelli neri, ondulati, le incorniciano il viso, mettendo in risalto gli stupendi occhi azzurri, sempre sorridenti. La moglie del Ministro alla pubblica istruzione, pur quasi sempre senza un filo di cosmetico, appare perfetta, ammirata per la sua semplicità. Dopo aver frequentato il Liceo classico ad Alba, Anna si è laureata in lettere classiche all’Università di Torino. Appassionata di archeologia (oltre che di sci) ha partecipato a diverse campagne di scavi ad Alba, Locri e all’abbazia della Novalesa in Val di Susa. Sposata con Francesco Profumo dal 1981, ha tre figli, Costanza, architetto, Giulio laureato a Londra in economia, Federica, studentessa di economia presso l’Università di Torino. Con tanta disponibilità, Anna ha saputo adeguarsi agli spostamenti per lavoro del marito. Lo ha seguito per tre anni negli Stati Uniti, dove Profumo è stato impegnato come visitig professor presso l’Università del Wisconsin e, poi, in Giappone, a Nagasaki, dove Anna ha anche insegnato alle donne del luogo i segreti della cucina italiana.

i.f.g.

Foto Corbis

Caleidoscopio

GIULIA, LA BALLERINA. Giulia, 21 anni, tra impegni universitari e lavoro in un supermercato, coltiva la passione per la danza classica da dodici anni. «Lo stereotipo della ballerina non mi si addice, non sono una donna delicata né mi piaccio in tutù. In questi anni ho imparato il portamento, la corretta postura e come muoversi su punte e tacchi; nonostante ciò adoro stare con la tuta e le scarpe da ginnastica; non mi piace essere guardata dagli uomini solo per un vestito. La danza è parte della mia vita, ho iniziato per gioco e con sacrificio ho proseguito durante i mesi della maturità, durante gli esami universitari e ho cercato un lavoro che mi concedesse la possibilità di continuare ad allenarmi. Ho trascurato gli amici, i week-end li passo a studiare, ma sto bene», afferma la ragazza, che non capisce come molte coetanee necessitino di gonne corte e tacchi alti per sentirsi donne.

m.a.

LAURA, LA MAMMA. Laura, 36 anni, gioca a pallavolo dai tempi delle superiori. «Grazie a questo sport ho conosciuto persone stupende, che mi hanno accompagnata in ogni passo della mia vita: la laurea, il mio matrimonio e ora la piccola Carola. Ci allenavamo tre volte a settimana e il sabato si giocava la partita, con le mie compagne uscivo la sera, si andava a ballare». La vita di Laura è cambiata il 24 febbraio del 2011, quando ha scoperto di essere incinta. Le sue priorità sono mutate, alle “bimbe”, così ama definire le sue compagne di squadra, non ha raccontato nulla per molti mesi, fingendo solo qualche malore. All’ultima partita di campionato Laura ha dato la notizia. «Oggi non c’è più la mia squadra, ma sono rimaste le amiche, con loro vado in palestra e usciamo insieme, molte ancora single, altre sposate e altre con il pancione. La mia vita è cambiata ma la Laura che esisteva non voglio scompaia del tutto».

m.a.

MONICA, L’ALTRUISTA. Monica, 32 anni, dal 1999 è volontaria della Croce rossa. «Ho iniziato ad accompagnare la mamma e mi sono appassionata. Oggi sono monitore e istruttore 118, formo i nuovi volontari e mi occupo dei progetti di sicurezza all’interno delle aziende. Ogni intervento rappresenta una crescita, fare Croce rossa vuol dire confrontarsi con l’altro e cercare di creare un’empatia con chi sta peggio di te; in questo modo divento più sicura di me stessa». Monica dedica una decina di ore settimanali al volontariato, per lei non è un sacrificio nonostante debba togliere del tempo alla cura della casa e agli amici; aiutare gli altri fa star bene anche lei. Nel 2003 ha conosciuto il suo attuale compagno, Giuseppe. «Da poco lavoro come promotore finanziario, mestiere che mi piace e mi impegna molte ore al giorno, ma che non mi garantisce un reddito fisso. Amo una persona con cui condivido una passione: quella della Croce rossa. Mi manca però la possibilità di crearmi una famiglia, ma credo non sia ancora il momento; è necessaria una buona stabilità economica».

m.a.

ENRICA, L’OSTETRICA. Enrica, 20 anni, studia ostetricia presso l’Università di Torino, ma la vita da universitaria si è rivelata diversa dalle sue aspettative. «Non lo considero un corso di studi come tutti gli altri, grazie a questa Facoltà ho iniziato a esplorare il mondo femminile, così affascinante e misterioso», racconta la ragazza, che da due anni svolge tirocini in alcuni ospedali torinesi. Ogni giorno vede donne dare alla luce le loro creature, lottare e soffrire. E il contatto con la realtà la induce a riflettere. «Mi capita spesso di pensare al mio futuro e di chiedermi se sarò in grado anch’io di diventare mamma, di avere la stessa forza e lo stesso coraggio». Enrica crede nell’amore, non solo tra uomo e donna, ma anche quello per un’idea, un lavoro, un amico. Come molti giovani si lamenta di ciò che la circonda e degli impedimenti, ma è consapevole di avere una vita ricca di aspettative e progetti per il futuro. «Da piccola sognavo di diventare ostetrica e non ho mai cambiato idea. Le opportunità lavorative sono poche, sto vivendo appieno i mesi che mi separano dalla laurea e le esperienze mi hanno fatto amare questa professione e le persone che ho incontrato».

m.a.