Il DRAMMA di essere ANZIANI

«Nelle case di riposo entrano meno anziani, perché l’Asl ha difficoltà a integrare le rette». Lo spiega Stefano Origlia, presidente  di “Opera sociale”, che gestisce numerose strutture in Piemonte: «Da gennaio abbiamo avuto una sola convenzione su 18 residenze». Le strutture cercano di ovviare, mantenendo rette per gli ospiti non convenzionati il più basse possibile, a partire da 1.500 euro, con una media di 1.800-2.200. Troppi

SOCIO-ASSISTENZA Sembra una ruggine, che si dilata e aggredisce, a causa della mancanza di risorse. L’epicentro del fenomeno è insospettabile, le case di riposo, luoghi che dovrebbero essere il simbolo dell’assistenza. Da tempo le famiglie con anziani non autosufficienti a carico gridano aiuto e gli operatori del settore avvertono del baratro verso cui ci si affaccia velocemente.

Cinzia Ramello, direttrice della casa di riposo Ottolenghi di corso Asti, ad Alba, spiega: «Negli ultimi sei mesi non abbiamo registrato nuovi ingressi. Ai pazienti che in questo periodo sono deceduti non si sono avvicendate, come accadeva di norma, altre persone, perché mancano i fondi regionali. E se dalla Regione non arrivano euro, l’Asl non effettua convenzioni (il contributo che copre il 50 per cento della retta per chi non può permettersi di pagare l’intero importo). È una situazione anomala: le liste d’attesa si allungano, le famiglie sono lasciate a se stesse, e le strutture sono in impasse».

Si parla di rette che possono assorbire due stipendi da operaio. Le case di riposo si sforzano di venire incontro a pazienti e famiglie tanto che, rivela Ramello, «abbiamo circa 100.000 euro di morosità in arretrato. In altre parole, molti degli ospiti dell’Ottolenghi non riescono a pagare. Sappiamo che non vedremo più quegli euro: per una realtà come la nostra è un grande problema. Per ora siamo riusciti a riparare, ma non sappiamo che cosa potrebbe accadere in futuro». Secondo la Direttrice, se non arriveranno delle risorse, numerose piccole strutture potrebbero chiudere già nei prossimi mesi.

Al marasma finanziario bisogna aggiungere il disagio sociale. Ramello spiega ancora come «la difficoltà si trascini dietro effetti devastanti». Le famiglie tendono più spesso di un tempo a tenere in casa l’anziano. La situazione incide però non solo sulla capacità di “tenuta” del nucleo domestico (occorrono infinite energie, oltre che tempo, per assistere un non autosufficiente), ma anche sugli operatori, che si trovano a fronteggiare situazioni limite (l’anziano arriva nella struttura quando non se ne può più fare a meno). Non disponendo, inoltre, delle strumentazioni e delle competenze adeguate, la famiglia ricorre con insistenza alle strutture sanitarie pubbliche, contribuendo alla loro saturazione.

Matteo Viberti

IN PIEMONTE Trentamila non autosufficienti in lista d’attesa

Case di riposo che si svuotano e famiglie in difficoltà nel pagare le rette. Secondo le stime delle associazioni impegnate nel sociale sarebbero circa 30 mila i piemontesi malati cronici, non autosufficienti, in attesa, anche da più di due anni di ricevere le prestazioni socio-sanitarie a cui avrebbero diritto in base ai Lea (Livelli essenziali di assistenza socio-sanitaria): cure domiciliari, centri diurni, ricoveri convenzionati. 30 mila, quanti gli abitanti di una città come Alba, un numero che non fotografa la portata di quella che sta diventando un’emergenza sociale e un problema di difficile soluzione per un numero consistente di famiglie piemontesi lasciate sole ad affrontare la malattia o l’inabilità di un congiunto. Una situazione drammatica, sul punto di esplodere, anche in vista dei nuovi tagli alla sanità, illustrati in commissione dall’assessore regionale Paolo Monferino giovedì 14 giugno. Obiettivo: risparmiare 390 milioni di euro nel triennio 2012-2015, tagliando 140 milioni euro dagli acquisti, 80 dai farmaci ospedalieri, 40 dai magazzini e logistica, 90 dalla riconversione della rete ospedaliera, 12 dalle strutture individuate nel piano sanitario e 20 dal personale.

m.p.

COLLOQUIO Spolaore, ad Alba 340 chiedono aiuto

Parliamo con Paolo Spolaore, ex direttore della casa di riposo Ottolenghi di Alba e oggi presidente del consorzio Obiettivo sociale, a cui fanno riferimento oltre 600 operatori locali del settore della socio-assistenza.

Perché le liste d’attesa di coloro ai quali è “impedito” per motivi economici l’accesso in casa di riposo si allungano, Spolaore? «Per il pagamento delle rette nelle case di riposo la Regione dovrebbe garantire la copertura al 2 per cento della popolazione ultrasessantacinquenne. Quando parliamo di “copertura”, significa il 50 per cento dell’importo della rata mensile. Oggi la percentuale di popolazione coperta non supera l’1,4-1,5 per cento. Tradotto in numeri vuol dire che in Piemonte 16 mila persone sono in lista d’attesa. Solo ad Alba sono 340 gli anziani esclusi dagli aiuti e il numero è in costante incremento. La facilitazione permette alle famiglie di sopportare costi che arrivano fino a 80-90 euro giornalieri ovvero 2.400 euro al mese per la non autosufficienza grave. Una casa di riposo è una struttura complessa: le prestazioni sanitarie e il personale impiegato sono estremamente importanti».

Il problema è quindi legato alla Regione? «Non solo. C’è il ritardo nei pagamenti. Le quote sborsate dalle Asl alle strutture possono arrivare dopo sei mesi o dopo il limite massimo consentito, 90 giorni. Nella nostra, i tempi vengono rispettati: si stanno facendo i salti mortali per gestire la situazione. Per il resto, il problema è quantitativo: la Regione avrebbe dovuto stanziare maggiori risorse, invece ha mantenuto invariato l’importo del passato, circa 300 milioni di euro. Un’inezia, considerando l’entità della domanda e osservando come l’inflazione abbia incrementato i costi. In pratica, le risorse calano».

In altre regioni il meccanismo dell’ingresso in casa di riposo funziona meglio rispetto al Piemonte? «L’Emilia-Romagna e la Lombardia invece di coprire il 50 per cento dei costi al 2 per cento della popolazione, puntano al 40 per cento, ampliando il numero degli aventi diritto. È una distribuzione più equa. Ho proposto questa soluzione all’Assessorato regionale, ma non mi è stato dato ascolto. Forse, gli equilibri non sono pronti per un simile cambiamento. Oggi la Regione sta per approvare una nuova legge sulla non autosufficienza. Eppure, ho l’impressione che siamo di fronte al classico atteggiamento gattopardesco: nonostante l’intenzione dichiarata di mutare tutto, cambierà poco o nulla».

m.v.

Foto Corbis