Michael Margotta da Hollywood a Barolo

L’attore e regista a “Collisioni” con i suoi allievi per uno spettacolo tratto dall’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters

«Il compito dell’attore è recitare i sentimenti, non le parole»: così il teorico per eccellenza del teatro, Kostantin Sergeevic Stanislavskij (1863-1938), riassumeva il contenuto dei suoi libri (Il lavoro dell’attore su se stesso del 1938 e Il lavoro dell’attore sul personaggio reso fruibile uscito nel 1957, dopo la sua morte). L’ideatore del metodo, a lui omonimo, sosteneva che lo strumento dell’attore non fosse il corpo, ma il proprio universo psichico; considerava di centrale importanza l’interiorità mutevole dell’interprete.

Oggi tra i suoi discepoli spicca Michael Margotta, attore e regista italo-americano (celebre per la parte di Mikey nel fim culto 9 settimane e mezzo), che ha “reso propri” gli insegnamenti del pensatore dell’Est, sfumandoli quel che basta per renderli meglio concretizzabili. Da vent’anni lavora in Italia. Margotta è direttore artistico dell’Actor’s studio di Roma, la scuola di recitazione nata a Los Angeles che si ispira al modello proposto dal teatro russo. Lo abbiamo incontrato a Barolo, intento a ispezionare il luogo in cui si esibirà il 14 luglio con il suo gruppo teatrale, in occasione di Collisioni.

Che cosa significa insegnare ai giovani la propria passione?

«Per me insegnare è una sfida. Sono in Italia da vent’anni ormai, ma ho viaggiato (e tenuto seminari) in tutto il mondo. Mi sono fermato qui in quanto reputo che occorra riconquistare il titolo antico di cui la penisola vantava, cioè di essere la patria della commedia, del teatro, della recitazione in generale. Oggi gli attori italiani sono fantastici per quanto riguarda la capacità interpretativa, ma sono affamati… di lavoro. Perciò chi recita, oltre a lamentarsi della situazione critica, che indubbiamente esiste, dovrebbe pensare ad agire: coinvolgere e rivolgere un pensiero agli scrittori (intesi come diretti fornitori del materiale su cui lavorare) potrebbe essere una reazione. Ma oltre a rappresentare una competizione, l’insegnamento è per me una passione. Penso che per rendere potente un attore occorra concentrarsi su tre elementi: istinto, metodi di espressione e un’accurata analisi del testo».

Ha rinunciato al ruolo di attore? Che importanza ha la recitazione nella sua vita?

«Non ho rinunciato a essere interprete, ho ancora molti progetti. Poiché esige un mutamento diretto sull’interiorità di chi la pratica, la recitazione è unica tra le arti. Per un attore, più che la materia, è importante il proprio io. Deve trasformarlo e adattarlo a ogni situazione. Recitare è lo scacco dell’impulso creativo sulla tecnica; occorre giocare d’istinto sul palcoscenico, la ragione serve solo come perfezionamento. Il mio obiettivo da insegnante consiste nel rendere consapevoli gli allievi della loro ricchezza interiore: l’uomo ha tutto quello di cui ha bisogno dentro di sé, altro non serve. Di tecnica il mondo è colmo, e dalle regole gli attori sono confusi; mi sento molto vicino ai Pink floyd per quanto riguarda la mia opinione sul sistema scolastico, che è tecnico. Non amo le imbrigliature e le costrizioni. Penso che per fare bene nella propria vita e nell’arte occorra conoscere la propria interiorità».

Qual è la differenza tra il mondo della recitazione americano e quello italiano?

«È impossibile paragonare le due situazioni. Occorre per forza tenere conto del contesto. Ma idealmente parlando, un confronto è approssimabile: negli Usa esiste una sostanziale differenza tra l’East coast e la West coast: a Los Angeles nessuno assiste a spettacoli teatrali, mentre a New York le platee sono sempre sature. Mi piacerebbe che l’Italia fosse New York invece che Los Angeles».

Ci parli di Collisioni. Di che cosa tratterà il vostro spettacolo?

«Saremo dei morti a Collisioni. Ci concentreremo sull’arte del monologo proponendo una rivisitazione dell’Antologia di Spoon River, la raccolta di epitaffi di Edgar Lee Masters. Ho accettato l’invito per dare una speranza di lavoro a 18 attori che mi accompagnano: lo spettacolo non è nato come tale, ma come argomento di un seminario».

Marco Viberti