Quando scrivere vuol dire sperare

Emozione e commozione, ma anche sorpresa: questi i sentimenti che si coglievano sui volti dei presenti, martedì 19 giugno, nel teatro della casa circondariale di Alba, durante la lettura e la premiazione dei brani vincitori del concorso letterario “Valelapena”. L’iniziativa è stata lanciata alcuni mesi fa nell’ambito delle attività del gruppo culturale, composto di detenuti e volontari, che settimanalmente si riunisce nella sala di lettura, un luogo all’interno del carcere nel quale ci si confronta, si approfondiscono tematiche di vario genere, dall’attualità ai problemi della giustizia, si riferisce sui libri letti, si vedono e si commentano film. Per alcuni detenuti la partecipazione è stata di stimolo a riprendere in mano la penna per scrivere. In carcere scrivere aiuta a concentrarsi, a riflettere, è un bel modo per stare con se stessi, per “evadere” dalla realtà della detenzione, per dare un senso al tempo. Scrivere offre anche l’opportunità di stabilire un contatto con chi è fuori, non solo con i parenti ma anche, ad esempio, con i lettori di un giornale, con una città, con la cosiddetta società “libera”. È nata così, nel dicembre scorso, la rubrica mensile su “Gazzetta d’Alba”, che ha suscitato l’interesse dei lettori oltre ogni previsione. Anche il concorso letterario, a tema libero e articolato nelle sezioni “poesia” e “narrativa”, è stato indetto con l’obiettivo di stimolare in un più ampio numero di detenuti l’uso della parola scritta come mezzo di espressione privilegiata per parlare di sé e per comunicare emozioni, sentimenti, riflessioni. I risultati sono apparsi sorprendenti agli stessi membri della giuria, composta da Silvana Bussetti, Anna Maria Detoma, Raffaella Messina, Maria Grazia Olivero e Adolfo Ricca. Per questo vogliamo coinvolgere anche i lettori di “Gazzetta d’Alba” in questa prima, promettente esperienza, proponendo la lettura di alcuni degli elaborati premiati.

Domenico Albesano

foto Corbis

DOLORI

Sogni, incubi, desideri
di uomini dietro le sbarre.
Chiavi che chiudono cancelli
E cancelli che chiudono
corpi, menti, anime.
Segreti dove è occultato
tutto il male del mondo.
Uomini che hanno sognato
troppo forte
E hanno trasformato
in realtà anche i sogni cattivi.
Incubi, desideri, amori, rimpianti
Di chi è privato della libertà
Di chi vive dentro quattro mura,
tutti i giorni, ventiquattro ore
su ventiquattro,
dove niente è possibile,
solo il peggio.
Manca tanto una passeggiata
su di un prato
Un cappuccino al bar.
Qui dentro solo discorsi
di giustizia,
di condoni e amnistie.
L’attesa del colloquio
riempie i vuoti giorni,
il ricordo struggente
dell’incontro
ti tiene compagnia la notte.
Il carcere va vissuto al presente
se non vuoi impazzire.
C’è anche
“chi fa la galera nella galera”

Nour

LA MIA VITA DANNATA

Sebbene io sia lontano migliaia
di anni luce dal tuo mondo
Sebbene per la società
sia soltanto un numero….
Io esisto!
Il mio cuore
non smette di pulsare
I miei occhi osservano
da un oblò il cielo stellato…
E per ogni stella…..
ho un pensiero che vola
libero… come un gabbiano
e ognuno di essi
si tuffa dentro la luna
per poi perdersi
nell’immensità del silenzio.
Nei miei sogni cerco
spazi infiniti, sentieri fioriti.
Un mondo di pace… Sogni.
Sogni interrotti dal pianto
di un bambino…
Quel bambino… che mai
è cresciuto dentro di me….
Poi… rumore di chiavi…
passi pesanti…..
Stracciano i miei sogni.
Un foro indiscreto…
la mente… proietta
sagome di sbarre arrugginite
dal tempo sui muri tetri
della mia cella.
Chiudo gli occhi
per non vedere…
per tornare ai miei sogni
Ma nel mio cuore scende
Come una pietra
La mia vita distrutta e dannata.

Luciano

FARFALLA

Ti appoggi sulla mia spalla
Ammiro il tuo incantevole
splendore
Pieno di colore,
ma che onore!
Vivi solo un giorno
E sei venuta
a trovare proprio me.
Vorrei toccarti per farti volare
Ma ho timore di farti del male.
Lascio a te la scelta di andare
Farfalla, o di morire
sulla mia spalla.

Adriano

IL GIOCO DEL PALLONE

In questi anni, più di una volta, sono stato incitato a scrivere la storia
della mia vita, ma non ho mai aderito. La somma degli impegni
quotidiani, che giudicavo improrogabili, non mi consentiva di pensare
e riordinare nella memoria gli uomini, le cose, i fatti, che hanno determinato
la mia esistenza e mi hanno condotto qui, dove risiedo tutt’oggi,
cioè nella “casa circondariale” di Alba, in provincia di Cuneo.
E dopo tanto ansimante cammino (ormai viaggio spedito verso i
sessant’anni), volgendomi indietro, sono riuscito a vedere la prospettiva
della mia esistenza.
Così ho risolto, anche grazie a questa bellissima iniziativa, che
definisco pseudo-letteraria, di dare sfogo a questo colloquio con
me stesso, forse troppo tempo rimandato.
Un colloquio in solitudine, accompagnato da questo grande dolore
della mia vita: la detenzione carceraria coatta.
Una folla di volti, di nomi e di episodi, satura la mia memoria, in
questo ritorno al passato.
Ma forse uno dei più positivi in assoluto, che io possa oggi ricordare
più nitidamente, è quello che riguarda una parte della mia adolescenza,
ben 11 anni. Il mio passato di calciatore, di “giocatore di
pallone”, come mi definiva all’epoca mia madre.
Undici lunghissimi anni indimenticabili, perché vissuti con tale
intensità emotiva, fisica e spirituale, da coinvolgermi totalmente e
incondizionatamente nei confronti di tutti gli altri problemi ed
enigmi generazionali.
Il gioco del calcio ha significato moltissimo per me e spero, con
queste poche paginette, che altri giovani adolescenti possano trarre
qualche giovamento, qualche utile consiglio, oppure soltanto
possano rivedersi anch’essi nella mia esperienza.
All’età di otto anni fui selezionato, durante un provino a cui parteciparono
ben 120 giovanissimi, tutti residenti nell’hinterland di Torino.
Era il 1961 e iniziava il boom economico italiano, dopo le residue
macerie della seconda guerra mondiale.
L’Italia si riprendeva a grandi passi, cominciavano ad apparire i
primi televisori in ogni abitazione, le Fiat 500 e 600, la Giardinetta,
la minigonna, i Beatles, gli hippies, insomma una vera rivoluzione
culturale e sociale […].

Gianfranco

IL FIGLIO DEL MARE (la nascita)

I fari illuminavano la notte e lo stretto asfalto a strapiombo sul mare
correva a ridosso di nere pietre, tra curve, salite, discese.
L’uomo alla guida, indispettito dall’alcol, rimproverava la donna e a
malapena la voce copriva il grido delle onde sugli scogli. Ululando il
vento piegava di ginestra i cespugli, con un minaccioso boato l’Etna
scatenò il terrore nel cielo.
Per nulla intimorito, cieco nella fuliggine di Bacco, dalle parole passò
alle vie di fatto.
La donna, con un bimbo tra le braccia, all’esile corpo dava coraggio,
faceva di tutto per proteggere il piccolo, il quale, sballottato a
dritta e a manca, a piangere scoppiava.
Le prime gocce dal cielo, mischiandosi alla salsedine,nascondevano
la mortale insidia, e, facendo brillare il nero manto in una infinità
di stelle, lo rendevano scivoloso come il ghiaccio. Dove nelle belle
giornate, fermandosi sul piccolo spiazzo, si può sognare di essere un
gabbiano e di rincorrere le onde dall’alto, per ironia della sorte, nascosta
tra il bene e il male, in una curva, in cui la strada si attorciglia su
se stessa, la macchina perdette aderenza.
Piroettando come una trottola, con un pauroso fragore, contro
l’unico traliccio andò a sbattere.
Le speranze annegavano tra le rapide del vino nell’abbraccio della
morte, mentre la violenza dell’impatto lontano sbalzava la vita.
Il piccolo cadeva nel profondo ignoto, e tanto era bianca la pelle,
da brillare in quella notte senza stelle.
Una gigantesca onda, già colma di schiuma, si preparava a lottare,
e altra schiuma ribolliva tra azzurre pietre.
Il pianto disperato, dal vento portato, fermò l’onda e dalla cresta
una ragazza apparve per incanto.
Un mantello di neri capelli sventolava alle spalle, trecce coprivano
seni piccoli e belli. Gli occhi di mare, la pelle di neve, il viso di rosa.
Guardò in alto, tingendo di blu la notte e, con la grazia della brezza
marina nei tramonti di bonaccia, afferrò il piccolo con lunghe braccia.
Portatolo in grembo lo cullava fino a quando le labbra, calde
d’amore, rosse di fuoco, come una piuma si posarono sulla fredda
guancia, facendo svanire il pianto nella rosa aurora di un sorriso […].

Sergio

ALCHIMIA DELL’ANIMA

A mio figlio
che rappresenta quanto di
più bello-importante-irripetibile
ha attraversato la mia vita
Diego percorreva la stradina di campagna, che rappresentò il posto
privilegiato per le scorribande dei giochi della sua infanzia.
Erano trascorsi più di quarant’anni dall’ultima volta che aveva visitato
quel luogo. D’un tratto si trovò davanti a un vecchio casolare
disabitato.
Dal cortile antistante, pieno di erbacce e rovi, quasi volessero inghiottire
l’edificio, s’intravedeva uno stretto sentiero, che conduceva
all’ingresso.
Incuriosito e attratto, decise di esplorarne l’interno.
Varcata la soglia, guadagnata la prima stanza, provò una forte
sensazione di vuoto e di staticità, oltre che un’improvvisa paura,
che gli serrò la gola.
I resti del passato si percepivano ovunque e i toni d’antico gli
provocarono una leggera tensione, mentre l’ambiente circostante
gli apparve misterioso.
Alzando lo sguardo restò immediatamente colpito da un grande e
particolare lampadario, probabilmente d’epoca, realizzato in vetro colorato,
che, nonostante la polvere e le ragnatele, dominava la stanza.
Il pavimento era in legno, come la scala, che portava al piano superiore.
Guardandosi attorno, affascinato e al tempo stesso sospettoso,
notò che sulla destra c’era una porta, di fattezza rinascimentale, in
netto contrasto con l’architettura del casolare.
Entrò, dopo pochi passi sentì subito un’indescrivibile pace interiore,
percependo ogni istante come un grande miracolo, che si rinnovava
e di cui era il beneficiario.
Perse la cognizione del tempo e dello spazio, leggero, come in
assenza di gravità, attraversò una fonte luminosa, per essere poi
avvolto da una piacevole e fresca ebbrezza marina. Il suono delle
onde, che si infrangevano sulla riva, gli allertò un’inconsueta emozione,
quasi si stesse rievocando l’intera memoria umana […].

Sandro