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Biogas: il sito è pieno d’acqua

AMBIENTE Prima l’intervento della Procura della Repubblica che ha bloccato, di fatto, la prosecuzione dell’iter per la realizzazione dell’impianto a biogas che la Biovis srl intende costruire nella ex cava di località Monte Capriolo, ai confini tra Cherasco e Bra. Poi l’acqua, che attualmente forma un grande acquitrino, proprio nell’area che dovrebbe ospitare la struttura. Non c’è pace per questo impianto che – pur essendo stato contestato fin dall’inizio della sua progettazione – ha ricevuto l’autorizzazione dalla terza Conferenza dei servizi della Provincia, che si è svolta agli inizi dello scorso mese di giugno.

Il Comitato del no formatosi in modo spontaneo tra residenti e imprenditori della zona – che ha combattuto numerose battaglie per impedire la nascita di questo impianto – ha sempre sostenuto di non essere contrario al biogas in sé, ma semplicemente al sito in cui si è scelto di effettuare questo impianto di produzione di energie alternative. E, a seguito di due esposti alla Procura della Repubblica, a metà dello scorso mese di giugno sono stati apposti i sigilli all’intera zona, che hanno di fatto bloccato i lavori. Spiega l’amministratore delegato della Biovis, Lorenzo Cerrino: «A oggi non ho notizie sui tempi di sblocco, in quanto la Procura sta proseguendo in modo fin troppo “minuzioso” tutte le verifiche del caso, senza minimamente preoccuparsi della nostra autorizzazione». E aggiunge: «Per quanto riguarda l’acqua presente nel sito, questa è dovuta all’irrigazione dei campi e al vicino canale irriguo che, non essendo opportunamente intubato, permette all’acqua di filtrare allagando tutta l’area. Sinceramente non sono preoccupato dei tempi per la realizzazione dell’impianto, in quanto con i nuovi incentivi è stata  concessa una proroga fino al 30 aprile 2013. E se i tempi non permettessero di realizzarlo entro quella data, abbiamo già un accordo con il fornitore, per modulare l’impianto in funzione delle nuove tariffe del prossimo anno».

E ai suoi oppositori Cerrino dice: «Alla fine delle indagini della Procura avvieremo una richiesta danni ai componenti del Comitato del no (poche persone che si agitano per interessi privati) in quanto l’esposto alla Procura è stato chiaramente fatto per ritardare i tempi di costruzione dell’impianto e non per salvaguardare l’area della ex cava, per la quale si sarebbero dovuti attivare nel 2008, quando è stata chiusa, e non quattro anni dopo».

Valter Manzone